INDEX ODER miscellaneous

Rime di C. J. Jagemann
aus der "Italiänischen Chrestomathie," Leipzig 1805

Descrizione della Villa di Tiffort
di S. A. S*. Anna Amalia
Duchessa vedova di Sassonia-Weimar.

 

Tifforte, sede amabile
     Di quella gioia vera,
     Che a' cuor buoni e placidi
     Natura dà sincera!
 
 
Tu che all' Augusta Amalia
     Soggiorno porgi ameno
     Ed i più colti Genii
     Con essa accogli in seno;
 
 
Tu sei di mia cetera
     Il più gradito oggetto,
     Per te Apollo accendemi
     Il sacro fuoco in petto;
 
 
Non perchè di Palladio
     Stupende moli ostenti,
     O d' oro, o d' anticaglie
     Gravato il sen risenti;
 
 
392
Non pel fastoso abbaglio
     Di molli cortigiani,
     Di staffieri splendidi,     
     Lacchè, buffoni e nani.
 
 
Sol fatti per distruggere
     Di noja i saggi Prenci
     Cui baie non appagano
     Nè indorati cenci.
 
 
Ben altri pregj adornanti,
     Quei di natura, degni
     Dell' esser d' uomo, pascoli
     De' più sublimi ingegni.
 
 
In faccia a quel palagio
     Ve' come ognor s' inchina
     Di pioppi eccelsa serie
     Davanti alla Regina.
 
 
Il venticel che sibila
     Tra' verdi ramoscelli
     Imita la zampogna
     De' vaghi pastorelli.
 
 
A quel bisbiglio armonico
     Di fonte il suon si mesce
     Che dalle fauci stridule
     D' un mascheron sen esce.
 
 
Dietro al divisorio
     Frondose allargan l' ali
     Attorno immenso spazio
     Lunghissimi casali.
 
 
O Muse, quì porgetemi
     Le tinte di Bassano,**
     Deh pronte dirigetemi
     La fantasia e mano,
 
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Per degnamente pingere
     Un quadro, in cui Natura
     Qual madre di famiglia
     Dimostri la sua cura.
 
 
Qualora i pioppi altissimi
     Febo co' raggj inostra,
     Dal villanello s' aprono
     De gran casal le chiostra;
 
 
Escono a torma pecore
     E vacche macchiate
     Che dei mariti seguono
     Le gravi ognor pedate.
 
E mentre a salti aggirasi
     La lor proterva prole,
     E a salutare insegnanla        
     In vario tono il sole,
 
Le villanelle acconstansi
     E colle mani intatte
     Dalle mammelle turgide
     Esprimono il latte.
 
Dall' altro canto sentonsi
     Nitrire i bei cavalli
     Che all' opra più s' affrettano
     Ch' il Cortigian al ballo.
 
Da ogni banda sbucano
     Garzoni e fanticelle
     Che a lavoro inviansi
     Allegri questi e quelle
 
 
394
Ed ecco lo spettacolo
     Che più allegra il cuore
     Di chi in quel palagio           
     Sta savio spettatore.     
 
Se poi le luci volgonsi
     Colà, u' sorge il giorno,
     Un vasto campo scopresi
     Di maraviglie adorno.
 
L' azzurro ciel vi termina
     In su la macchia folta
     D' un monte, che si specchia
     Nell' Ilma, in lidi accolta.
 
Nè tanto allontanasi
     Da chi di villa il scorge,
     Che non si goda il pascolo
     Che il verde vario porge.
 
S' occhio giammai non sazio
     Vi scherne or biondeggianti
     I doni gai di Cerere,
     Or bassi e verdeggianti,
 
Or sull' aratro incurvasi
     L' industrio bifolco,
     E col fendente vomere
     Vi apre il bruno solco;
 
Mentre la vaga lodola
     Librandosi accanto      
     In aria, ristoralo
     Col soave suo canto.
 
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Vi scorge prati floridi
     Dall' Ilma abbeverati,
     Che scorre in mezzo a salici
     E pioppi elevati.
 
Quì sì, che il cuor imbevesi
     Tutto di gioia pura,
     Mirando in su que' pascoli
     Tripudiar Natura.
 
Corronvi ed inarcano
     Destrieri il collo fosco;
     Da' lor' nitriti l' aria
       Risuona ed il bosco.
 
Ruminan l' erbe tenere
     Le pecore lanute.
     E lor contendo mostrano
     Con voci gravi, e acute.
 
E grande ancora il giubilo
     De' lussuriosi armenti;
     Con lieti salti spieganlo,
     Con alti e bassi accenti.
 
La vaccherelle immemore
     Della gravante pancia,
       Col tergo inarcocchiarsi
     E in aria si lancia;
 
Par che ne' salti accordisi
     Al flauto de' pastori
     Che sotto a' pioppi ombriferi
     Cantan i loro amori.
 
In sul giardin volgendosi
     S' ammira in ogni parte
     Il bello, che dividesi
     Tra la Natura e l' Arte.
 
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Questa non vi ha imperio,
     Ma serve sol a quella,
     Per far la più godibile,
     Qual ingegnosa ancella.
 
Quel che con man larghissima
     Pomona vi ha piantato,
     E i doni odoriferi
     Di vaga Flora allato,
 
La forza assai sorpassano
     Del mio pennelletto
       E con la lor dovizia
     Mi pongono in ristretto;
 
Onde al Viale attengomi
     Che il bel giardin divide
     E fin al fiume guidami
     Che da lontan si vide.
 
Due fila gli fan argine
     Di terra rigogliosa
     Ove tra' fiore emuli
     Spicca la vaga Rosa,
 
Che verginella chiedeci
    Col seno mezzo aperto,
     Che colta sol da Amalia
     Per Lei sen' formi un serto.
 
L' ampio stradon diramasi
     A destra in un bell'orto,
     U' mostrasi perizia
     Di giardinier accorto;
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Fra sparagi e cocomeri,
     Tra fragole odorose
     Vi s' ergon piante cariche
     Di frutte assai gustose.
 
 
Quì stà in forma rustica
     Un gran salon, che serve
     Di comodo ricovero
     Se piove, o 'l sol più ferve;
 
Quindi convien, che ammantisi
     Di scorza annosa e rozza
     Di quercia, che per secoli
     Con Borea e Austro cozza.
 
Un altro ramo staccasi
     Dal gran stradone inverso
     Dove tra faggj ombriferi
     Un tempio è immerso.
 
In un rialto sorgevi
     Un colonnato a volta,
     Intorno a cui s' aggirano
     Scalini in erba folta.
 
In mezzo stanno Biblide ***
     E Cauno aggruppati
     Che crudo Amore illecito
     Tormenta disperati.
 
Quella il molle braccio
     Avvolge al renitente
      Garzon, e par che dicagli
     In flebil suon dolente:
 
     
Cauno t' arrendi, ed oblia
     Quel nome van di suora;
     Son donna, e tanto bastiti,
     Che te, qual Nume, adora.
 
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I primitivi uomini
     Amaron lor sorelle,
     E con amor reciproco
     Amarongli pur quelle.
 
Amore non è suddito
     Di leggi; è fonte e duce;
     Chi leggi fa contrarie
     Vaneggia in piena luce.
 
A questo pianto querolo
     Che a pietà mi muove,
       Lascio la Bibli misera,
     e volgomi la dove
 
Le mormoranti Najadi,
     Che convertirla in fonte,
     Con cenno amico invitanmi
     A trapassar il ponte.
 
L' Ilma vi scorre, e i gemiti
     Che forman le sue acque,
     A chiaro segno mostrano;
     Che da quel fonte nacque.
 
Passato il ponte accogliemi
     In sen dell' alto bosco
     Un eremo, che vestesi
     Del manto d' elce fosco.
 
Grotta ombrosa attornalo
     Di cui il muscoso sasso
     Trasuda goccie [gocce] limpide
     In rivo accolte abbasso.
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Un nobil solitario
     Ben spesso vi si rende
     Non già per dir Rosario,
     Nè meditar leggende;
 
Ma perchè in solitudine
     E d' ogni impaccio sciolto,
     Tranquillo il cuor, attendavi
       Di Euterpe al sacro colto.
 
Quì al piè del bosco ripido
     Del fiume in su la sponda
     Serpe la Via, e garrulo
     Si sente il suon dell' onda.
 
Spesso erboso Canape
     Di sotto a tiglio ombroso
     Oppur tra verdi cespiti
     Allettavi al riposo.
 
 
Talor un Busto incontrasi
     De' più gran luminari
     In sul Parnaso teutone,
     A lor nazion più cari.
 
Tra frasche ancor l' aligero
     Amor, puttin, si scorge,
     Che il cibo colla freccia
     A Filomela porge.
 
Del bosco al dorso ripido
     Per cento vie si poggia
     Ognor di alpestre faggio
     Sotto l' ombrosa loggia.
 
L' erta talor ingannasi     
     Per vie oblique e storte
     Che son le più comode,
     Benchè le meno corte.
 
 
400
Il faticoso ascendere
     Al fin si ricompensa,
     Sull¨alta cima offrendosi
     Veduta bella immensa.
 
Stradon ridente e comodo
     Trascorre l' alta schiena,
     Che al fine per declivio
     In colle aprico mena.
 
Giunto che sei al termine
     Del luogo delizioso
     Drizza le luci avide
     In giù del colle erboso!
 
Vedi quell' alto tumulo
     Di sassi diroccati,
     In cui un urna reggesi
     In Base a quatrro lati.
 
Quest' è lo senotafio
     Del Grand' Eroe da Este,
     Che sotto a flutti d' Odera
     Chiuse le luci meste;
 
Meste, perchè tropp' invida      
     Onda gli tolse il campo,
     Al mal ridotto popolo
     Di procacciar lo scampo.
 
L' urna di marmo candido
       Non già la fredda polve
     Dell' uom Divin, ma lacrime
     Della Germana involve.
 
 
401
Essa su' flutti rapidi
     Del fiume il capo estolle
     Altiero, e par, che ridasi
     Dell' onda infida e folle;
 
Chè dopo cento secoli,
     Seccato fonte e fiume,
     Risplenderà il merito
     Di quest' Eroe e il lume.


                                            * S(ua) A(ltezza) S(erenissima)
                                            **Jacopo da Ponte, detto Jacopo Bassano (1515 ca. - 13. 2. 1592).

 

"Giacomo or Jacopo da Ponte, called Old Bassano, . . . was the head of the flourishing Da Ponte family of Bassano. His father had been a painter before him, and he, with his four sons, Leandro, Francesco, Gian Battista, and Girolamo, set up in their native town of Bassano a kind of manufactory of pictures which were sold in the fairs and markets of the neighbouring cities, and became popular all over the north of Italy. The Bassani were among the earliest painters of the genre style; they treated sacred and solemn subjects in a homely familiar manner which was pleasing and intelligible to the people, and, at the same time, with a power of imitation, a light and spirited execution, and, in particular, a gem-like radiance of colour which fascinates even judges of art. There are pictures of the elder Bassano which at the first glance remind one of a handful of rubies and emeralds . . ." (from "Early Italian Painters. Cimabue to Bassano" by Mrs. Jameson. London 1868).

*** Ovids beretning om den ulykkelige Byblis gengives i Simon
Meislings danske oversættelse fra 1831 under MISCELLANEOUS.
                                                       

SEITENANFANG

Afskrift pr. 01. 05. 2009. Kobberø i Thy.