Indice del poema

Canto II. Terpsicore.
 
E r m a n n o .
   
27 Posto che ha nel salotto il piede Ermanno
  Ben fatto di persona, il pastor sacro
  L'acuto sguardo drizza in lui, come uomo
  Che da' modi e fattezze altrui ne esplora
  L'indole, e sorridendo amicalmente
  Gli dice: O quanto, figliuol, vi veggo
  Cangiato! Non vi vidi giammai tanto
  Brioso e lieto, manifesta pruova,
28 D'aver beneficati i bisognosi;
  Onde in ricambio, di favor celesti
  Ricolmo ritornate gajo in casa.
   
       Placidamente gli rispose Ermanno:
  Dirvelo non saprei, se ci abbia merto;
  Ben so, che il cuor mi vi sospinse a farlo.
  Onde diemmi gran pena quel ritardo,
  Che la madre mi fe' col frugar lungo
  Di tutti i ripostiglj della casa,
  Per raccorvi di cenci adatti un fascio,
  E quel sì lento infagottar de' vasi
  Di birra e vin' mi fu di grande impaccio.
   
       Non fui gran tratto uscito fuor di porta,
  Quando per lo stradon mi venne incontro
  De' nostrali gran folla d¨ogni etade
29 E sesso, per tornarsene ai lor fuochi.
  Più che l'esule stuol si dilungava,
  Più m'affrettai di giugnerlo, volgendo
  Colà la via, dove al dir di tutti
  Disegno avean di passar la notte.
  E pervenuto in su la nuova strada,
  Scorsi un carro tirato da un bel paio
  Di buoi vigorosi di straniera
  Razza con maestria governati
  Da giovanotta, che a' lor fianchi andava
  Con la bacchetta in man, or rintuzzando
  Di quelle poderose bestie i passi,
  Or affrettandogli con gran destrezza.
  Ella scorgendomi vicin col cocchio
  Da due gagliardi destrier tirato,
  Ferma i manzi, e modesta mi si accosta
  Dicendo: Non vorrei, giovin garbato,
  Che la trista comparsa che or facciamo,
  Intorno all' esser nostro v' ingannasse!
30 Non fummo sempre miserande, ed io
  Non sono usa di chieder caritade
  Al passaggier, che spesso, per sbrigarsi
  Di un lazaro pezzente, non la niega.
  Me indispensabil legge, me la dura
  Necessitade a tale incarco chiama,
  Per campar donna tenera di parto,
  Moglie d'uom facoltoso, che co' buoi
  E carro gravida salvai a stento.
  Essa col pargoletto ignudo in braccio
  In su la paglia di quel carro giace
  Abbandonata, avendo poco o nulla
  Da sperar dai nostrali, seppure essi
  Dal villaggio, u' raggiugnergli speriamo,
  Non son partiti. Per costor vi priego,
  Che se la lontananza dalla vostra
  Magione non lo vieta, a' meschinelli
  Tanto di panni usati procacciate
  Che basti a ricoprirne i corpi ignudi.
31 Frattanto l'affralita donna il capo
  Dallo strame levò, e volgendo i lumi
  Squallidi a me, parea, che anco lei
  Chiedesse aita. Chi non vede, dissi,
  Che l'alme pietose delle altrui
  Sovrastanti disgrazie son presaghe;
  Poichè da quel divin presentimento
  Mossa la madre mia diemmi un fascio
  Di tele logore a' bisogni estremi
  Adatte. Non tardai punto a sciorne
  I nodi, ed a recarle la guarnaccia
  Del padre, le camicie e gli altri cenci.
  Grandemente sorpresa la meschina
  Dell' improvviso ajuto mi ringrazia
  E lieta esclama: Or chi tor fede a nuovi
  Miracoli ardirà, se non colore,
  Che la fortuna abbaglia? poichè l'uomo
  Nella miseria immerso solo impara,
  Quanto vaglia la man di Dio, intento
32 A condurre in sicuro porto i buoni.
  Finì pregandomi dal ciel de' doni
  Ricevuti condegna ricompensa.
  Fu delizia il veder, con qual contento
  Ella gli stracci accolse, sopratutto
  Della guarnacca il morbide soppanno,
  Che a tasteggiar si mise con trastullo.
  La garbate donzella alfin le disse:
  Or affrettiamci, per venir a tempo,
  Ove i paesani nostri si son fermi
  Per passarvi la notte. Attenderemo
  Costà alle fascie del bambin, e al resto.
  Ella ciò detto commiato prese,
  E ringraziandomi di nuovo, lesta
  S' appressa ai manzi, e dà le mosse al carro.
   
       Ma tuttor fermi tengo i miei cavalli
  Esitando, qual più si convenisse
33 O proseguir la strada del villaggio,
  Per dispensar costà le vettovaglie
  Ai poveri, o fidarne la dispensa
  A cotesta savissima donzella.
  Preso il partito, u' mi sospinse il cuore
  La seguii, e raggiuntala ben presto
  Le dissi, avermi la pietosa madre
  Data non pur la roba da coprirne
  Gl' ignudi, ma bevande ancora e cibi
  Riposti nel casson del carrozzino;
  Quai venivo a ripor in man di lei
  Per dispensargli a quelli, che essa meglio
  Di me sapea averne più bisogno;
  Onde la mente de' datori a pieno
  Si adempiva. Gradì la mia proposta
  La zitella, e mi disse: Sono pronta
  Ad eseguir il vostro generoso
  Voler. Farò, che goda sol de' doni
  Di vostra man, chi ne abbisogna più,
34 Ciò udito al cassetton men vo di volo
  E trattine i prosciutti ben pesanti
  Co' pani e fiaschi di buon vino e birra,
  Tutto quanto le reco; e mi dispiacque,
  Di non averne più da regalarle.
  Riposto tutto ai piedi della donna
  Di parto, tosto se ne va col carro,
  Mentre io ratto me ne torno a casa.
   
       Finito ch' ebbe Ermanno a raccontare
  Della caritatevol missione
  La storia, lo speziale parolajo
  Entra in discorso ed esclamando dice:
  Beato, chi ne' dì di rovinosa
  Dispersion de' popoli disciolto
  Vive del tenero e dolente impaccio
  Di moglie e figli! Or più che mai felice
  Mi sento; nè per tutto l' or del mondo
  Udir vorrei chiamarmi sposo o padre,
35 Nè supportarne le gravose cure.
  Più volte figorandomi la fuga
  Imminente, fardello fei del fiore
  De' miei averi, di collane e nummi
  Di fin oro, retaggio sacrosanto
  Di mia madre (Dio l' abbia in gloria).
  In tal caso io dovria, è ver, lasciare
  Di masserizie un mondo, che a comprarle
  Costan un occhio, e mi dorria assai
  Di perder la raccolta di radici
  E d' erbe, quali, le fatiche infuori
  Spesevi, vaglion poco. Ma se avviene
  Che il mio provveditor non abbandoni
  La casa, consolato men vo. Salva
  La persona co' bezzi, tutto è salvo!
  Più che altri è pronto a spulezzar, chi è solo.
   
       Caro vicin, rispose franco Ermanno
36 Il vostro dire non mi aggrada punto,
  E biasimarsi dee. Come puossi
  Riputar galantuomo, chi ne' casi
  Di fortuna comun non mira ad altro,
  Che a se sol, nè si cura d' aver parte
  Ne' casi o disastrosi, o lieti altrui,
  E neppur sembra averne senso alcuno.
  Accertatevi, che oggi più che mai
  Determinato sono a prender moglie,
  Atteso che a dì nostri disastrosi
  Giovine onestá più che mai bisogna
  Del braccio d' uom robusto in sua difesa,
  E questi a suo conforto i dolci amplessi
  Di fida moglie per ricambio vuole.
   
       Con placido sorriso disse il padre:
  Odo, caro figliuol, i più graditi
  E saggi accenti, che giammai di bocca
37 Ti sian usciti!.. Hai gran ragion, soggiunse
  Interrompendolo la madre: Esempio
  Vivo noi tene demmo, con sposarci
  Non già fra gioje e feste, man fra pianti
  D' un lunedì mattina, che scolpito
  Ho nel cuor, come giorno che seguío
  Dopo l' orribil fuoco, che la terra
  Nostra, venti anni fa, distrusse tutta.
  Era in quel benedetto dì di festa
  Cocente il sol, come oggi, e scarseggiavan
  D' acqua i pozzi. La gente rivestita
  Festivamente sene era ita fuori,
  E pe' villaggi, e bettole e mulini
  Andavasi dispersa per sollazzo.
  All' estremo canton della cittade
  Appiccatosi il fuoco, e dal possente
  Soffio, che dalla vampa nacque, spinto
38 Corse per ogni dove divorando
  I granaj di ricca messe colmi,
  E tutte quante le contrade infino
  Al mercato, comprese le magioni
  Contigue de' nostri genitori,
  Con tutti i fornimenti, salvo pochi.
  Sul vicin prato assisa quella trista
  Notte vegliai custode de' cassoni
  E letti al fuoco tolti, finchè il sonno
  Stanca mi oppresse. Desta poi dal fresco
  Del' alba ruggiadosa il cuor mi dolse,
  Mirando alzarsi fummo e fosca vampa
  Fra le spaccate mura, e gole ignude
  Di camini. Ma nuovo vigor diemmi
  La comparsa del sol, che rilucente
  E gajo più che mai mi parve; e quindi
  Mi levai ratta, per seguir l' ardore
  Di riveder del patrio nido il resto,
  E di esplorar, se vi eran salvi i polli,
39 De' fanciulleschi miei trastulli il colmo.
  Mentre vo passegiando in su' rottami
  Fumanti della casa e del cortile,
  Voi dalla parte opposta mi veniste
  Incontro, perlustrando le rovine,
  Dolente della morte d' un cavallo,
  Il quale sotto al peso d' infocate
  Travi e de' calcinacci della stalla
  Giacea sepolto. Pensierosi e mesti
  Standoci noi in faccia l' un all' altro,
  Spianato essendosi de' due cortili
  Lo spartimento, mi porgeste voi
  La man, dicendomi: Lisetta, come
  Non temi tu por piè su l' infocate
  Macerie, mentre che de' miei stivali
  Di grossa suola invan mi vi fo scudo.
  Vientene o cara! E detto ciò vi piacque
  Tormi di peso e trasportarmi salva
  Pel mezzo del fummante cortil nostro
40 Fino al portone a volta, che di casa
  Vostra rimase in piè, quale or si mira.
  Posandomi colà malgrado mio,
  Un baciozzo mi deste, e con dolcezza
  Da incantarmi diceste: Senti o cara!
  Distrutte vedi ormai le case nostre;
  Meco rimanti, e il tuo fedele ajuto
  Prestami, a rialzar la mia; poscia
  Non mancherò, di dar anch' io il braccio
  Al tuo padre per rifar la sua.
  Ma del parlar il senso mi era ignuto,
  Finchè tra il mio genitor e vostra
  Madre da voi mandati fur legati
  Su due piedi i nodi sacrosanti
  Dell' imeneo. Cara mi è l' imago
  Dell' arse travi, che vi fero ponte
  Di se, per farmi vostra, e di quell' alba
  Nunzia del dì, che il prediletto sposo
  Mi diè. Nè meno lieta mi ricordo
41 De' giorni, a quel flagello rovinoso
  Suseguenti, che il frutto del primiero
  Vigor mi diero! Ed ecco Ermanno mio
  La ragion di lodarti, che fra i guasti
  Di guerra non paventi d' ammogliarti.
   
       Anch' io, esclama il padre, a' sentimenti
  Tuoi applaudisco, e testimone vivo
  Ti son, di esser verissima di tua
  Madre la istoria. Ma ragion richiede,
  Che a ciò, che è buono, s' antiponga il meglio.
  Non fa d' uopo, che ognun del esser suo
  Fabbro sia, stentando come noi.
  Beato, chi da maggiori suoi agiato
  Si truova il nido, nè curarsi di altro
  Dee, che d' ornarlo. Il principiar è sempre
42 Grave incarco, ma quel di metter casa
  Più che altro pesa; poiche essendo molti
  I bisogni, e crescendo d' ogni cosa
  I prezzi, gran guadagno di danari
  Ci vuol. Però non più tardar, figliuolo,
  A menar sposa facoltosa in casa.
  Moglie ben corredata deesi all'uomo
  Di vaglia, degno sol, che goda il dolce
  Aspetto di cassoni e ceste colme
  Di pregevoli arredi, che con essa
  Passan la soglia. Tele fini e grosse,
  Che la provvida madre fe' già tessere
  Per corredarne poi la figlia: chiuse
  Vi sono a macco, e de' compari i doni
  D'argento e le monete d'or finissimo
  Dal genitor di lunga man servate,
  Per sollazzarne quell' amabil giovane
  Che un dì l' avrà prescelta per isposa:
  E chi non sa, con qual diletto moglie
43 Novella stia in casa, dove mira
  D'arredi suoi fornite la cucina,
  La mensa, il letto genial, le stanze?
  Sposa di scarsa dote mal si soffre
  In casa. Ancor lo sposo alfin la sprezza,
  E l'ha in luogo di serva vil, tal quale
  In casa entrò con la valigia indosso.
  È duro il maschio sesso, e poco dura
  D'amore il regno. Senti Ermanno mio!
  Tu di mia canuta età sarai
  La delizia, se più non tardi a darmi
  Scelta del vicinato amabil nuora,
  Che in quella verde casa, il sai, dimora.
  Ne è ricco il padre, e mercatando a modo
  Di quel mestier fa più e più tesori.
  Altri eredi no ha, che tre figliuole,
  La maggio delle quali è già promessa.
  Libere son, per breve tempo forse,
44 Le altre. Se fossi te, non tanto avria
  Indugiato, di tormene una, come
  Mi tolsi già la genitrice tua.
   
       Al premuroso padre riverente
  Disse il figlio: Fur pari i voti miei
  Ai vostri, di sposar di quelle figlie
  Alcuna. Coetanei fanciulli
  Spesso ci trastullammo attorno al fonte
  Del mercato, e di scudo lor servii
  Contro la petulanza de' ragazzi.
  Svaniron poi le fanciullesche baje,
  Cresciute le fanciulle, e come è giusto,
  Ritiratesi in casa, onestamente,
  Per dire il ver, vi furon allevate.
  Per proseguir l'antica conoscenza,
  E per piacervi, non mancai dipoi,
  D'irvi di tempo in tempo ad ossequiarle;
  Ma sempre men tornai mal soddisfatto,
45 Trovandomivi ognor esposto a' pungoli
  Di lor censura, che or di lungo taglio,
  O di fil grosso, o di color plebeo
  Tacciava il mio vestir, or biasimava
  I capelli mal mozzi, o mal ricciati.
  Alfin deliberai, d' attillarmi
  Al par dei fattorin, che feriando
  Vi bazzican, ognun per farvi il bello,
  Leggermente coperti di abituzzi
  Di mezza seta, che da' fianchi pendon
  Ciondoloni. Fortunsa, che per tempo
  Me ne avvidi, che quelle si burlavan
  De' fatti miei. Laonde grandemente
  Offeso ne sentii amaro cruccio.
  Ma quel che più mi dolse, fu il dispregio
  Del mio benvoler, massimamente
  Ver Guglielmina, la minor d'etade.
  L'ultimo fu lo smacco, che mi fero
  Nel dì di pasqua, quando vi comparvi
46 Col capo a foggia d'altri giovanotti
  Acconcio, e con vestito nuovo nuovo,
  Che or lassù nell' armadio inutil pende.
  Posto che vi ebbi il piede in quel salotto,
  Tutti a ghignar si misero, ned io
  Vi posi mente. Guglielmina assisa
  Sonava bravamente il gravicembalo
  Col canto delle suore accompagnata.
  Vi era il padre da' suoni delle figlie
  Rapito in estasi, e di buon umore.
  Tra le frasi del testo vi eran molte
  Che non capivo, come di Pamina
  E di Tamino i fatti a più riprese
  Celebrati; onde per non farvi il ruolo
  Di mutolo, il richiederne notizia
  Mi parve giusto, terminato il canto.
  Ghignando ognun si tacque, finchè il padre
  Ruppe il silenzio, e disse: Bravo, amico!
47 Vi basta (non è ver?) sapere i fatti
  De' primi nostri genitori Adamo
  Ed Eva. Quindi il ghigno delle figlie
  E de' garzoni in una solennissima
  Risati si disciolse. Con le mani
  Per non creparne, il padre si strignea
  La pancia. Imbarazzato mi lasciai
  Cader di mano il mio cappello, e il riso
  Per quanto si sforzavan di afforgarlo
  Con suoni e canto, non cessava più.
  Confuso e pien di stizza men tornai
  A casa frettoloso, e nell' armadio
  Rimesso l'abito, e disfatti i ricci,
  Di non porvi giammai più piè giurai.
  Ragion non vuol, ch'io pratichi persone
  Spietate e vane, che non han ribrezzo,
  Di darmi il nome di Tamin tuttora.
   
48      La madre allor si mise a rinfacciargli
  La cruda pertinacia in odiare
  Le fanciulle, scusandole con dire:
  Con tanta rigidezza non dovevi
  Tassare i fatti a giovanil etade
  Proprj, di Guglielmina almen, garbata
  Giovinetta, che ti ama, e che di corto
  Nuova di tua salute mi rischiese;
  Essa è colei, che ti convien sposare.
  Ma il figlio poco soddisfatto disse:
  Non so che dirmi; impronto mi si è troppo
  Lo sdegno; avria ribrezzo a rivederla
  Tastare il cembalo e cantar a note.
   
       Udilli il padre e pien di rabbia disse:
  Di sperar ben di te desisto ormai.
49 Già il cuor mel disse, non scorgendoti altra
  Voglia, che quella di trattar cavalli,
  E il rozzo aratro, che sono opre a servo
  Di uom ricco adatte. Tu ritogli al padre
  Un figlio destinato a fargli onore,
  Con segnalarsi tra' compagni suoi.
  Fu già nutrice della vana speme
  Tua madre con frivole ragioni,
  Mentre che fin dall' abbicci covavi
  Ognor il sezzo luogo fra' compagni
  Di scuola. E che altro mai sperarsi lice
  Di garzone, che stimolo non sente
  D'onor, nè più all' in su la mira attolle?
  Or altro che oste al leon-d'or saria,
  Se il padre mio avesse atteso a farmi
  Istruir nelle scuole, e da maestri.
   
       Si leva Ermanno, e cheto inverso l'uscio
50 Sen va; ma il padre disdegnoso dietro
  Gli grida: Vanne pur, capon che sei,
  A proseguir le solite faccende
  A tuo modo. Guardati per altro,
  Di darmi altro soggetto di sgridarti,
  Nè pensar mai, che rozza villanella
  Portrai menarmi nuora in casa. Lungo
  Uso m'apprese i modi di trattare
  Signori e dame, e d'incontrare il genio
  D'ognun, e zimbellare i passaggieri.
  Per compenso di tante mie sofferte
  Fatiche vuo', che la sposina sappia
  Sollazzar la cadente mia etade
  Con maniere dolci. Vuo' che suoni
  Il gravicembalo, per dar trastullo
  All' assemblea di persone scelte,
  Che al par del mio vicin ho risoluto
  Di radunare in casa mia ne' giorni
  Di domenica. Udito ciò il figliuolo
51 Poggia pian pian la destra sul manubrio
  Del saliscendo, e sen va fuor di stanza.      (K.16. 03. 2009)

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