Indice del poema

Canto V. Poliinnia.
 
I l   C o s m o p o l i t a .
91 Siedono a tutto andare ragionando
  Insieme il prete, lo spezial e l'oste,
  Aggirandosi in tutti modi intorno
  Al medemo soggetto. Or il curato,
  Uom di gran senno piglia a dir: Non parlo
  Già per dar contro; ma so ben, che l'uomo
  Sempre tirare al meglio dee, seguendo
  L'indole del desio uman, che poggia
92 In alto, o almen di novitade al pregio
  Mira; man non si vuol negar, che quello
  Nobil senso, onde la natura volle
  Dotarci, da contraria propensione
  A costumi invecchiati è bilanciato.
  Per altro a qualche stato, dove giunga
  L'uomo, purchè le leggi di natura
  E la sana ragione non offenda,
  È da pregiarsi; e se i desiri ingordi
  Non se ne appagan tutti, non ne ha colpa
  La natura, che poco chiede, essendo
  Il vivere e il destin dell' uomo in breve
  Confin ristretto. Non condanno quelli
  Che per crescer richezze, e tramandarle
  A lor prole tuttora affaccendati,
  Non temon di tentar le vie tutte
  Di terra e mar; man nondimen' io lodo
  Il cittadino, che con piè tranquillo
93 I campi per retaggio avuti aggira,
  A fargli lavorar nelle dovute
  Stagioni attento. Non da se si volge
  La gleba per fruttare anno per anno,
  Nè le fiorite braccia innanzi tempo
  Pianta novella estolle al ciel. Pazienza,
  Cuore equanimo e fermo, e pensar dritto
  Vi vuol, per non sviarsi in verun conto
  Dall' utile, che sol da chi coltiva
  La terra, si ricerca, da ritrarsi
  Da pochi semi, che al terren si affidan
  E dal poco bestiame, che si sappia
  Nutrire, e farne razza. Fortunato,
  Chi a tal mestier ha attemperato il senso
  Dalla natura! Al braccio di esso deesi
  Il viver nostro. È di gran lode degno
  Il borghigiano, che il lavor campio
  All' operar cittadinesco accoppia!
  Ei le grave ritorte, che le mani
94 Al contadin ristringon, meno sente,
  E al furor, di emular de' ricchi o grandi
  Il lusso che in città a' men facoltosi,
  Sopra tutto al bel sesso dà martello,
  È meno esposto. Addunque rallegrarvi
  Convien del modo di operar posato
  Del figlio vostro, e di colei, che un giorno
  Sposa scerrà conforme al genio suo.
   
       Fu interrotto il discorso dalla madre
  Che entrata col figliuol per mano, al padre
  L'appresenta con dirgli: Vengo, o caro,
  Nunzia del lieto dì, che nostro Ermanno
  Sposa conforme al genio suo ha scelta.
  Giunto è, vi dico, il dì, che il ciel recogli
  Innanzi, e gli additò la destinata
95 Moglie. L'irrisoluto cuor si è fermo;
  Ed ecco soddisfatti i voti vostri,
  Che dell' indifferenza il gelo al fine
  In amor vivo e ver di onesta donna
  Si trasformasse. Or ne arde il cuor davvero
  Di quell' amabile straniera, che egli
  Su lo stradon raggiunse; nè vi resta
  Altro a far, che o conceder gliela sposa,
  O soffrir, che per voto che ei ne ha fatto,
  Altra moglie non prenda in vita sua.
   
       Sì, caro genitor, Ermanno disse,
  Quèlla è colei, che con sincero affetto
  Ho scelta, e che vi chiedo per isposa!
  Nuora di voi più degna non si truova.
   
       Non apre bocca il padre. Ma il Curato,
96 Che arde di zelo, in piè si leva, e dice
  Un punto solo del fugace tempo
  La buona o ria sorte de' mortali
  Decide. Ogni partito, ancorche preso
  Dopo lungo pensar alfin è l'ovra
  Del momento, che il savio sol sà corre
  Giusto. Più che altro perigliosa rende
  La scelta il ruminar le circonstanze,
  Onde dell' uom il senso si imbarazza.
  Ermanno ha schietto il cuor. Fin da fanciullo
  Il conosco. Chi il vide stender mano,
  Se non per cosa confacente agli anni?
  O soffrir che raggiunta gli si tolga
  Di pugno, fuor che dalla forza vinto?
  De' voti vostri il repentino evento
  Privo del lustro, che ideaste forse,
  Non vi metta spavento. Delle umane
  Brame gli oggetti oscuro vel ricuopre,
97 Finchè da quella man, che di ogni bene
  È fonte, tolte le mentite forme,
  Ci vengan presentati. Or tocca a voi
  Di non scambiar colei, che pria di altra
  A vostro figliuolo amore ispira.
  È fortunato assai, chi i primi affetti
  Consagra a donna, non restia a dargli
  La mano, nè chiudendo i dolci ardori
  Nel sen, gli fa languire. Sì, la sorte
  Di Ermanno è ferma: la sembianza il mostra.
  Giovane di verace amor' acceso
  Di virile sodezza si rinveste.
  Egli sta saldo, e se al partito preso
  Metteste intoppi, il piú bel fior degli anni
  Amaro e tristo gli fareste certo.
   
       Lo spezial, che raffrenar la lingua
98 Più non potea: Tenghiam pur ora,
  Disse, la più sicura via di mezzo!
  Piano a' ma' passi, dice il volgo, e lo ebbe
  Anco Cesare Augusto per divisa!
  Come leal vicin son pronto sempre
  Ad impiegarmi a vostro prò con opre
  E con quel po' d'ingegno, che mi è dato,
  Massime, se di giovani si tratta
  Di prudente consiglio bisognosi.
  Però mi si conceda, che a drittura
  Men vada per spiar della fanciulla
  I fatti, il ver cogliendone da' suoi
  Paesani. Non son uomo da lasciarmi
  Ficcar carote, e so pesare i detti.
   
       Ermanno con accenti, che parean
  Dalla premura frettolosa alati,
  Disse: Sì bene! Fate lo, diletto
  Vicin! andate ad informarvi di essa!
99 Ma vuo', che il buon Curato vi si aggiunga
  Compagno; poichè a tali testimoni
  Negar fede non lice. Ah padre mio!
  Non la creder già donna vagabonda,
  Nè venturiera intenta a trar nel laccio
  Gli avannotti! La guerra distruttiva
  Che rovina minaccia a tutto il mondo,
  E le più salde fabbriche sossopra
  Volge, ha scacciata ancor la poverina
  Di casa al par di tanti personaggi
  D' illustre schiatta che raminghi vanno,
  E fino Prenci ascosi sotto larva
  Mentita, e Regi ancora posti in bando;
  Onde cagion comune a tutti è quella
  Del suo esiglio. Ma fra tutte le altre
  Pari sue convien a lei la palma,
  Che non isdegna servir altre, più
  Di lei meschine, le sciagure proprie
100 Poste in obblio. Abbandonata da altri
  Essa sen gode di giovare altrui.
  Di guai e gran calamitadi è pieno
  Il mondo. Eppur chi sa se da quei mali
  Non sorge un ben? Se già l'incendio allegri
  Vi fe', può farmi ancor la guerra lieto
  De' cari amplessi di fedel consorte.
   
       Con atti di malpiglio il padre disse:
  Dimmi figliuol, perche or si sciolta vogli
  La lingua, che finor intorpidita
  Si mosse a stento? Dunque me colpisce
  Ancor la sorte, che ad ognun ch' è padre
  Sovrasta, di veder le rovinose
  Passioni de' figliuoli careggiate
  Dalle madri, e che ancor il vicinato
  Prende il partito di chi al padre, oppure
101 Al marito fa guerra. Ma bisogna
  Darmi pur vinto a voi, che tanti siete!
  Che altro mi frutteria il rilottarvi,
  Se non donnesche lagrime, e dispetto?
  Dunque andate con Dio, ed esplorata
  Che ne avrete la voglia, come figlia
  Me la guidate in casa. Se men degna
  Vi par, gli converrà, che se ne scordi.
   
       Ciò udito il figlio esclama pien di gioja:
  Pria che il sol tramonti, vi prometto
  Di ricarvi per figlia il più bel fiore
  Delle fanciulle, degna delle ardenti
  Brame di uomo, che senno in petto chiude.
  Ho ragion di sperar, che in contraccambio
  De' pregi suoi, viverà felice,
102 E che saprammi eternamente grado,
  Di averle resi i genitori in voi
  Che essa saprà pregiar dovutamente.
  Ma il tardar a che giova? Ad aggiustare
  I cavalli men volo, per condurre
  I due amici in traccia alla fanciulla
  Amata. Poi gli lascio ed al proprio senno
  Gli abbandono, giurando santamente,
  Di non sviarmi dal giudizio di essi;
  Nè rivederla vuo', che quando è mia.
  Ciò detto sen va ratto, mentre gli altri
  Si stan pesando e concludendo in fretta
  I modi di condur la gran faccenda.
   
       Passa Ermanno sollecito alle stalle
  Ove i corsieri vigorosi stanno
  La schietta avena consumando, e il secco
  Fien, sul miglior de' prati risegato.
  Nè punto tarda a metter loro in bocca
103 Il terso fren, fermato co' soatti
  A fibbia inargentata accomandati;
  Soffermandovi poi le larghe e lunghe
  Redini, de' cavai l' ornato compie.
  Menagli poi nel vasto cortile, ove
  Il carrozin gia dal garzon pel lieve
  Timon condotta truova. Frettolosi
  Ambo a bilancie attaccano i briosi
  Corsieri con pulite funi. Ermanno
  La sferza impugna, e mentre in sul sedile
  Si slancia, il cocchio strepitando passa
  Sotto il porton, e i due amici accoglie.
  Quindi Ermanno si parte ratto, e in pochi
  Momenti il lastrico, e le bianche torri
  E del comun le mura addietro lascia.
  Drizza poi il corso inverso lo stradone
  Con rapidezza pari, ora salendo
  Or discendendo i poggi. Giunto al fine
104 Là dove il campanile del villaggio
  Si mira, poco lungi dalle case,
  Fragli orti poste, gli par luogo e tempo
  Il più proprio a fermarvi il carrozzino.
   
       Sorge quivi in un vasto e verde prato
  Un gruppo di alti tiglj radicati
  Fin da cento anni e più, che sotto il rezzo
  Di ombra deliziosa a gli abitanti
  Di quel villaggio e di città vicine,
  Luogo da ricrearsi somministra.
  Ombreggiata dai tiglj e poco fonda
  Fonte, ognor viva e chiara vi zampilla
  Di muricciuolo orlata, e di pancaccie
  Di pietra attorno cinta per riposo
  Di chi, scesi i gradini, con la secchia
  Vi attigne l' acqua. Quivi Ermanno ferma
105 Il carrozzin e dice: Or, cari amici,
  Scendete per andare ad informarvi,
  Se la ragazza, la cui man desio,
  N' è tanto degna, quanto il cuor mel dice;
  Il qual de' pregi di essa è sì convinto,
  Che non ne scoprirete nuovi o rari,
  Che io non ne attenda, e se vi avessi solo
  A far, dritto vi andria per ricavarne
  Da veritiere labbia sue il mio
  Destin in brevi accenti. Scambiarla
  Facil cosa non è, non vi avendo altra
  Che possa pareggiarla di fattezze.
  Per farla più spiccar vuo' divisarne
  Il pulito vestir. Pettiera rossa
  In bel modo allacciata le alza il petto
  A volta, e da corpetto nero ha stretti
  I fianchi. Il collo infino al ritondetto
106 Mento nitidamente cigne il crespo
  Lembo della camicia. Di elegante
  Forma ovale il bel capo disinvolto
  E lieto in aria si erge, con la chioma
  In grosse treccie avvolta attorno a spilli
  Di argento. Dal corpetto in giù la cuopre
  Gonella di color turchin sinnosa,
  La qual nel camminar la ben formata
  Noce del piè le batte ad ogni passo.
  Ma vuo' che avvertiate, e ven scongiuro,
  Che alla fanciulla non faciate motto,
  Nè delle mire vostre indizio diate,
  Contenti di tastar gli altri e cavarne
  Contezza. Ripescato che ne avrete
  Quanto a chetare i genitori basta,
  A ritrovarmi quivi non tardate,
  Per prendere olterior consiglio insieme.
  Vi ho detto il pian, per strada disegnato.
107      Avviatisi tosto i due compagni
  Verso il villaggio, formicarvi veggon
  Il popol da per tutto pe' verzieri,
  Granaj e case, e la spaziosa strada
  Di carriaggi stivata, e di animali
  Da tiro, che mugliando e co' nitriti
  Chiedon la biada, con la gente attorno
  La qual gli sfama. A rasciugare i panni
  Lini le donne intanto si affatican,
  E ne cuopron le siepi, mentre lieta
  La ragazzaglia nel ruscello guazza.
  Fersi largo le spie fra la calca
  A destra ed a sinistra ricercando
  Con la vista l' immagin disegnata
  Della fanciulla; ma provaron vane
  Le ricerche; anzi fu lor chiuso il passo
  Da repentina folla presso ai carri,
  Trattavi da schiamazzi minaccianti
  Di uomini, e dalle grida delle donne,
108 Che vi si frammischiavan. Ma un vecchione
  Di grave aspetto, che vi accorse pronto
  Imponendo silenzio e pace, tosto
  I rumori ne fe' cessare, e poi
  Con rinforzata voce disse: Addunque
  Le sofferte sciagure ancor non vaglion
  Piegarci a tollerar l' un l' altro in pace,
  E a perdonar a chi dal vero e giusto
  Si svia alquanto. Il comportarsi male
  Con altri sol de' fortunati è proprio;
  Ma voi dalla miseria oppressi, ormai
  Saper dovreste, quanto vi disdice
  Menar risse, già usate tra fratelli.
  Or lieti date l'uno all' altro luogo
  In un terren non vostro, e il ben, che avete
  Salvo, fra voi spartite, per trarre altri
  Ad usar caritade anco con voi.
   
109      Terminata l'aringa del vegliardo
  Ognun si tacque, e con placato cuore
  Tornò a badar al bestiame e ai carri.
   
       Il buon Curato, che il parlar del vecchio
  Udì, e il gran senno di esso in far le parti
  Di arbitro intese, se gli fe' vicino,
  E riveritolo, con volto amico
  Gli disse: Siate benedetto voi,
  Che a paesani vostri guida e padre
  Ne' veglianti bisogni estremi siete!
  Finchè fioriscon alla pace in seno
  Le genti, e che la terra, rinnovando
  Nelle stagion dovute i frutti suoi,
  Larga le nutre, da se par che tutto
  Vada, nè l'uomo si cura dello altrui
  Consiglio, riputandosi di pari
110 Prudenza e ingegno ognun, nè vi è divario
  Di onor tra l' uom di senno e il men prudente.
  Ma quando i mali la battuta strada
  Del socievol viver han travolta,
  E che, distrutte le magioni e gli orti
  E le semenze, l' uom, dal suolo amico
  Co' suoi disvelto, va ramingo notte
  E dì, da fiere cure divorato;
  Allora veramente dell' uom saggio
  E de' dettami suoi si fa conto.
  Or dite, venerabil uom, non siete
  Voi di que' forusciti il giusdicente,
  Giacchè sì pronti a vostri detti piegan
  Il capo? Parmi veder vivi in voi
  I ritratti de quegli antichi savj,
  Che a discacciate genti già serviron
  Di guida ne' deserti, sì che a Moise
  Parlare, oppure a Giosue, mi figuro.
111      Davvero, disse il vecchio, i nostri tempi
  Dell' epoche più rare dell' antica
  Storia profana e sacra son l' imago.
  Gli avvenimenti, e sopratutto i più
  Recenti, tra intervalli tanto brevi
  Si affoltano, che sembra aver vissuto
  Più anni, che il dì di ieri o di oggi visse.
  Per poco che il pensiere in sul passato
  Volga, canuta età pesarmi sembra
  Su le spalle; eppur vegete mi sento
  Tuttor le forze. Abbiam però ragione
  Di assimigliarci a quella antica gente,
  Cui Dio ne' bisogni urgenti apparve
  Nel pruno ardente, come ancor da noi
  Tra fiamme e fosche nubi fu veduto.
   
       Mentre il Curato del prode uomo i detti
112 Attento ascolta, ed i disastri di esso
  E de' compagni suoi udirne brama,
  Lo spezial se gli accosta, ed agli orecchj
  Gli soffia piano: Addio! mene vado
  In traccia alla fanciulla, e discoperta
  Che l' avrò, mene torno quà. Seguite
  Intanto a ragionar, nè vi scordate
  Di entrar sul punto, che concerne quella.
  Il Curato gli accenna, e l' esplorante
  Sen va a frustar le siepi, gli orti e l' aje. 
     
 (K. 18. 03. 2009)

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