Indice del poema

Canto VI. Clio
 
I l    S e c o l o .
   
115 Vago il curato di saper del popol
  Fuoruscito i disastri, e del ramingo
  Andare il tempo, al savio giusdicente
  Ragguaglio ne richiede, il qual cortese
  Gli dice: I nostri guaj non son di fresco
  Avvenuti; che abbiam votato tutto
  L'amaro calice degli anni scorsi;
  E il mal più aspro è quello di vedere
  Deluse tutte le speranze nostre.
  Al primo comparir del sol novello,
  Col qual dovea nascer uguaglianza
116 De' dritti e ranghi, e nobil libertade,
  Il cuor d' ognun sentissi sollevato
  Dalla speranza, di godersi lieto
  Senza soggezion del viver suo.
  Le servili ritorte di parecchj
  Paesi, impostevi da mani ingorde
  Ed infingarde, già parean sciorsi.
  E qual de' popoli in quei tetri giorni
  Non tenea rivolti i lumi all' alma
  Cittade, da gran tempo riputata
  Capitale del mondo, or più che mai
  Di tal onore degna? Fra le stelle
  Chi non poneva i nomi de' primieri
  Promotori de' nuovi dritti al pari
  De' sommi ingegni? A chi non crebbe in petto
  Entusiasmo e del parlar franchezza?
  Tra popoli vicin noi fummo i primi
  Da tal mania ciecamente presi.
117      Nacque intanto la guerra, e squadre armate
  De' Franchi con amico sembiante
  Si appressavan, nè allor smentivan quello
  Con opre ostil, ma dal comun furore
  Di libertà invasati, l'arbor di essa
  Piantavan lieti, promettendo a tutti
  Sicuità de' lor beni e proprie leggi.
  Ebbri di gioja i giovani e canuti
  Entran con essi a gara in lievi danze,
  Attorno ai nuovi segni tripudiando.
  Così da traboccante forza i Franchi
  Sostenuti, incontravan tosto il genio
  Del maschio sesso con brillante brio,
  E quello delle donne col zimbello
  Irresistibil de' leggiadri modi.
  Fino il gravante peso della guerra
  Dispendiosa a noi parea lieve
  Dalla speme delusi, che celando
118 Ai guardi nostri l'avvenire, a nuove
  Luminose carriere ci rivolse.
   
       Qual fidanzata coppia di felici
  Amanti in feste e danze attende il giorno
  Prescritto all' Imeneo, tal e più
  Lieti passammo i giorni, mentre il sommo
  Ben, che uom sognarsi possa, ci parea
  Porger le mani, e scior la lingua a tutti,
  Giacchè dall' entusiasmo presi e vecchj
  E giovani arringavano eloquenti.
   
       Ma turbossi ben presto il ciel. Corrotta
  Razza di gente, indegna di por mano
  Ad ovra gloriosa, che il primato
  Brigavano, non pur tra lor macello
  Fer l'un dell' altro, ma i paesi ancora
  Affratellati a mani ingorde e vili
119 Dierono in preda. Del governo i capi,
  Fino a' più bassi sgherri, crapolando
  Rubaron le sostanze nostre, quegli
  All' ingrosso, e questi altri più a minuto,
  E parean d' accordo, d' ingojare
  Tutti gli averi nostri in pochi giorni.
  Si giunse stento a stento, nè fu mai
  Tregua delle angherie; ed i tiranni
  Giornalieri si mostravan sordi
  Ai pianti. Fino i più posati petti,
  Inferociti dal furor, giuravan
  Cruda vendetta de' sofferti danni,
  E delle alte speranze lor tradite.
  Volge frattando la fortuna ai Franchi
  Le spalle, ed a sforzate marcie fuggon
  Essi davanti alle arme vincitrici
  De' Germani. Ora si, che della guerra
  Il tristo genio conoscemmo a pieno!
  Di animo grande e buono si dimostra
120 Il vincitor, clemenza usando al vinto,
  Quasichè suo, che a nutrirlo serva,
  E degli averi suoi gli faccia parte;
  Ma il fuggiasco, che il ferro ostil si sente
  Ai fianchi, fassi beffe d' ogni legge,
  Sol di scansar la morte, e di dar guasto
  Alle sostanze altrui intento, come
  Disperato furor glielo detta.
  Non havvi cosa sacrosanta tanto,
  Che delle man rapaci di esso sia
  Al coperto. Egli con sfrenata e sozza
  Libidine fa cruda forza al sesso
  Imbecille, e vedendosi la morto
  Da per tutto alle coste, si diletta,
  Di esalar l' anima fra strage e pianti.
  Indi i nostri a furor sommossi alle arme
  Dier man, per vendicarsi de' sofferti
  Danni, e far schermo al resto degli averi,
  Dall' affrettata fuga, dal pallore
121 E spavento in sul viso de' fuggiaschi
  Dipinto, e dal continovo sonarsi
  A stormo incoraggiti, i gran periglj,
  Che a loro sovrastavan, dispregiando.
  Cangiansi in un istante del pacato
  Coltivator gli arnesi in micidiali
  Arme; grondan di sangue le fenaje
  Falci, e i biforchi, e sen fa crudo strazio
  De' Franchi, or combattendogli da bravi,
  Or scannandogli a vile tradimento,
  Nè accordando perdono a chi che sia.
  Tolga Dio, che io mai rimiri più
  Tal frenesia di uom, più ributtante
  Che il furore di bestia inferocita!
  Si disinganni ormai, chi, vantatore
  Di libertà, capace istima l' uomo
  Di reggersi da se! e si renda certo,
  Che delle leggi i limiti rimossi,
122 Ogni malvagità de' suoi più cupi
  Nascondiglj, u' da quelle è confinata,
  Esce disciolta, per guastar la terra.
   
       Uomo eccellente! a dir ripiglia il prete,
  Dopo tante sciagure e si aspre offese
  Dalla ferocità dell' uom sofferte,
  Biasmarvi non saprei del poco conto,
  Che ne fate. Se voi per altro i tristi
  Giorni passati a mente vi recate,
  Vi sovverrà, di avervi scorte ancora
  Pruove egregie ed illustri di alme grandi,
  Che sarian rimase sconosciute,
  Se il periglio comun non le spignea
  A entrare in campo, e sostener le veci
  Di numi tutelar de' lor paesi.
   
123      Il veglio giusdicente sorridendo
  Disse: Il vostro avvertir rassembra a quello,
  Che al mesto proprietario di abbruciata
  Casa da buona parte è suggerito,
  Di raccor dalle ceneri i dispersi
  Rimasuglj dell' oro e dell' argento
  Dal fuoco sciolti, che quantunque pochi,
  Da quello impoverito, che gli cerca,
  Ritrovati, gli recan gran contento.
  Cosi ben volentier rivolgo anch' io
  Il pensier su quei pochi fatti egregj
  Che mi rimangon nella mente impressi.
  Vidi riconciliarsi i più infesti
  Nemici, per salvar unitamente
  La patria; portenti di bravura
  Vidi fra amici, genitori e figlj;
  E giovani mirai trasformarsi
  In uomin fatti, e rifiorir canuti,
124 E fanciulli operar da giovanotti.
  Ancor il sesso, che si noma imbelle,
  Di gran valor e spirto diè riprove.
  Udir vi piaccia il memorando esempio
  Di valorosa giovane, che andati
  In guerra i maschj di una villa, sola
  Con altre giovanette a guardia di essa
  Rimasta, fu sorpresa da una frotta
  Di malandrini, che sforzando gli uscj
  Fino alle stanze delle donne si eran
  Introdotti, per metterle a bottino.
  Questi mirando la formosa donna
  Con le compagne, tenerelle ancora,
  Da bestial libidine sospinti
  Vi pongono spietata man; ma mentre
  Le altre qual foglia treman sbigottite
  Ella impugna la spada d' uno di essi,
  E con terribil colpo lo stramazza
  A terra, e mentre morto nel suo sangue
125 Si bagna, con ugual valor raddoppia
  I fendenti sul resto de' ladroni,
  I quai, quattro feritine, fuggendo
  Salvansi. L'eroina poi, spazzata
  Che ebbe la casa di sì vil canaglia,
  Chiuso il cortil, soccorso armata attende.
   
       Udite di colei le gran prodezze,
  La speme del Curato invigorisce
  In prò del suo cliente, e lo sospigne
  A domandarne il luogo di dimora,
  O se ella fra quel popolo si truovi;
  Ma lo spezial, che frettoloso torna,
  Lo sturba, il qual pel manico lo tira,
  E all' orecchio gli soffia il lieto avviso,
  Che ha scoperta fra mille la ragazza
  Divisata, e che senza indugio venga
  Col vecchio per mirarla, e ripescarne
  Pien ragguaglio. Ma appena incamminati
126 Vi si eran, quando il giusdicente sparve
  Richiamato da' suoi per consultarlo.
  Quindi prosieguon soli il cammin fino
  Al rotto di una siepe, u' di soppiatto
  Lo speziale al compagno a dito mostra
  La fanciulla: eccola, dicendo, è quella
  Che di fasciare il putto or or finisce!
  Io vi riconosco la tela usata
  D' India, e il guscio azzurro di guanciale,
  Nel fascio, avuto già da Ermanno, involti,
  Doni di carità per più ragioni
  Ben locati, servendo ora anco a noi
  Di chiari contrassegni. Ma vi quadran
  Pur tutti gli altri divisati segni.
  Deh, mirate la pettiera rossa
  Che in bel modo allacciata le alza il petto
127 Ve', come da corpetto nero ha stretti
  I fianchi. Il collo fino al ritondetto
  Mento nitidamente cigne il crespo
  Lembo della camicia; d' elegante
  Forma ovale il bel capo, disinvolto
  E gajo, in aria si erge con la chioma
  In grosse treccie avvolta attorno a spilli
  Di argento. Benchè assisa fa spiccare
  La grande e bella taglia, e la sinuosa
  Gonella di color turchino, che ampia
  Dal petto alle formose noci scende.
  Sì, è dessa! Andiamo ad esplorar, se è savia
  E di domestiche faccende esperta.
   
       Il Curato, che ferma in lei lo sguardo,
  Ripiglia a dir: non evvi maraviglia,
  Che il giovin preso sia di costei,
  Che davvero può stare a pruova di ogni
128 Conoscitor. Felice, cui la madre
  Natura diè la convenevol forma,
  Che la persona rende cara a tutti
  E falla impatriare da per tutto.
  Di accostarsele ognun s' ingegna a gara,
  Nè se ne stacca più, se compitezza
  Dell' attraente forma è fida scorta.
  Ermanno a fede mia si è imbattuto
  In donna, da far lieti i giorni d'esso,
  E da recargli valoroso e fido
  Sostegno in ogni incontro della vita.
  Corpo di sì compiuta forma di alma
  Schietta è magione, e gioventù cotanto
  Gagliarda di vecchiaja lieta è nunzia.
   
       Ma lo Spezial casoso disse: spesso
  L'apparenza c'inganna. Darle fede
  Non ardisco, seguendo degli antichi
  Il detto, che si dee mangiare un moggio
129 Di sal con gente sconosciuta, pria
  Di fidarvisi. Solo il tempo scuopre
  Qual conto si convenga farne. Addunque
  Informiamcene prima da persone
  Oneste, cui ne è nota la condotta.
   
       Anche io l'esser cautelato lodo,
  Disse il pastor, qualor l' uom cerca moglie
  Non già per se, ma, il che è scabroso assai,
  Per altri. Intanto vanno incontro al saggio
  Giudice, che per qualche suo affare
  Alla volta di lor rivien. Ne gode
  Il buon Curato, e per averne lingua,
  Di grazia, dice, chi è costei, che assisa
  Là nell' orto vicin appiè d' un pero,
  Un abitin da pargoletto aggiusta
  Di usata tela di coton, che dono
130 Caritatevol sembra. È di persona
  Avvenente, e ci par valente donna:
  Deh! non v' incresca darcene ragguaglio;
  Del domandar l' intento merta lode.
   
       Il vecchio, che si appressa e drizza l' occhio
  Nell' orto, dice: Voi la conoscete.
  Il fatto glorioso di eroina,
  Che in difesa di se e di sue compagne
  Strinse il ferro, conforme ve'l già dissi,
  Fu di lei. È robusta, come l'occhio
  Velo insegna, e del pari di buon cuore.
  So che d'un vecchio suo parente, il quale
  Delle sciagure pubbliche, e de' proprj
  Periglj addolorato uscì di vita,
  Prestò figlial sostegno, finchè visse.
  So, che il dolor pel fidanzato sposo
  Da acerba morte toltole le rode
131 Il cuor. Costui sospinto dal desio
  Di nobil libertà sino a Parigi
  Ardì d' andar, per farvi guerra, come
  A casa fe', al despotico governo,
  Ed alle brighe, e vi fu posto a morte.
  Ciò detto i due compagni rendon grazie
  Al giudice, e ne prendon commiato.
  Ma prima di partirsene il Curato,
  Tratta una pezza di or dal borsellino,
  (Quelle di argento dispensate avea
  Degli attruppati fuorusciti al varco)
  Al vecchio giusdicente la presenta,
  Per darla a poverelli, il ciel pregando,
  Che ben fruttarla faccia in mano di essi!
  Ma ei la ricusa di accettar, dicendo:
  Abbiam salvi danari e roba, quanto
  Credo, che infino al ritonar ci basti.
  Ma il Curato per forza gliela serra
  In man, con dirgli: Umano offizio chiede,
132 Che in sì triste vicende ogni uom soccorso
  Presti, e che di accettarlo niun ricusi,
  Non sapendo, se ciò che ha salvo, in breve
  Tolto non gli sarà, nè quanto tempo
  Ancora converragli andar ramingo,
  Privo di ortaggi e biade, onde si nutra.
   
       Oh quanto mi dispiace, imbarazzato
  Disse lo Spezial, di andar sfornito
  Di bezzi! Spiccioli o che fosser grossi,
  Vegli darei, per farne parte a quei
  Che ne han bisogno. Pur per darvi alcuna
  Pruova del ben voler, non vuo' lasciarvi
  Partir con mani affatto vuote; e detto
  Ciò, trae fuor la borsa di tabacco
  Da fumar, di ricami adorna, e sciolti
  Con leggiadrezza i coreggiuoli di essa,
133 La metà ne ricava, e fanne dono
  Al giusdicente, con alcune pipe
  Che vi avea, del picciol dono scusa
  Chiedendo. Quegli volentier l' accetta
  Con dire: buon tabacco al viandante
  È grata offerta! Lo Speziale poi
  In lodare il canastro si diffonde.
   
       Ma il buon pastor, per dipartirsi ormai
  Dal vecchio, seco il trasse, or sù! dicendo,
  Affrettiamci, a recar le liete nuove
  Al giovanotto, che ci aspetta a gloria.
  Giuntivi in breve il truovano appoggiato
  Al carrozzin di sotto a' tiglj ombrosi,
  Con le redini in man tenedo a freno
  I destrieri, che stan pestando il prato.
  Immerso ne' pensieri ei tien lo sguardo
  Altrove volto, nè si accorge di essi,
134 Se non chiamato, e con allegre voci
  Del linguacciuto Spezial destato.
  Fattisegli vicini, il buon pastore
  Per man lo prende, e al cicalon furando
  Le mosse, si congratula con lui,
  Felice te, dicendo, che a far scelta
  Nè l' occhio ti fallì, nè il cuor, da cieca
  Passion guidato. Il ciel ti benedica!
  Ella è degna di te. Però non più
  Tardar! ma data al carrozzin la volta,
  Andiamci dritto là, dove il villaggio
  Fa canto, per richiederne la mano
  Di sposa, e per condurla tosto a casa!
   
       Ma Ermanno senza segno di contento
  Udì de' nunzj la celeste nuova,
  E sospirando disse: Siam venuti
  A corsa, e tornerem pian piano forse
135 Con la tromba nel sacco. In vostra assenza
  Il sospetto con tutti gli amorosi
  Tormenti mi ha assalito. Non già credo,
  Che per fuggir l'inedia ed i disagj
  Di errante vita, o de' nostri agj ghiotta,
  Di primo lancio seguitarci voglia.
  L' istessa povertà, non meritata,
  Orgoglio ispira; e donna lavoriosa,
  Che, quanto lei, di poco si contenta,
  Grata accoglienza da per tutto truova.
  Chi crederà, che giovine, come essa,
  Morigerata e bella senza degno
  Amante si rimanga, e che abbia chiuso
  Finora il cuore all' amoroso fuoco?
  Però vi torno a dir, che non vi andiate
  A corsa, per sfuggire la vergogna
  Di tornar a rilente e vuoti a casa.
  Sì, ho ragion di temer, che ad altro amante
136 Abbia già dato il cuore, e fe' giurata;
  Onde ne avrei rossore in faccia a lei.
   
       Mentre il pastore a favellar si mette
  Per consolarlo, il parolajo suo
  Compagno lo previen con dire: a' tempi,
  Che le faccende a certe forme usate
  S' erano astrette, ci saremmo meno
  Imbarazzati. Dacchè scelta avean
  I genitori pel figliuol la sposa,
  Usavano inviar fidato amico
  Alla casa del padre della scelta,
  Per farvi da mezzan di matrimonio.
  A ciò far quegli rivestito a gala
  Vi andava dopo desinare un giorno
  Di festa. Si infilzavan tra'l mezzano
  E il padre della sposa paroline
  Di vicendevol cortesia, e quello
  Dopo lunghi raggiri destramente
137 Fea cadere il discorso sopra i pregi
  Della figlia di casa, e di colui
  Che lo inviava, e della casa di esso.
  In tanto il padre accortosi ben presto
  Dello intento, con detti e cenni al messo
  Scopriva, qual successo l' imbasciata
  Aver dovea, e dava campo a quello
  Di scansare in bel modo la repulsa,
  A tempo desistendo. Ma se al messo
  Riusciva la faccenda, non si fea
  Poi festa in casa de' novelli sposi,
  Ove non gli desse orrevol luogo,
  Come autor de' primi lor legami.
  Or questo buon costume con più altri
  Ugualmente lodevoli in disuso
  È andato. Or tenta ognun da se la sorte
  E rischia di restarvi con un palmo
  Di naso a ripudiante donna in faccia.
   
138      Ermanno, che alle ciarle di costui
  Poco attese, pigliato già partito,
  Io ci vo, disse; dalle labbra di essa
  Il mio destin saprò. Non fu mai posta
  In donna fede pari a quella, che io
  Ripongo in lei. Buon cuore e mente sana
  Guidano i detti suoi, il so di certo.
  Se la nemica sorte vuol, che questa
  Sia l' ultima volta a rimirarla,
  Avrò pure il contento di specchiarmi,
  Benchè per breve spazio, ne' sereni
  Sguardi delle di lei pupille nere.
  Se strignermela al cuore non mi lice,
  Almen ne rivedrò le spalle e il petto,
  Che di abbracciar con tanto ardor desio.
  Vuo' rimirar le dolci labbra, donde
  Un bel Sì mi faria fortunato,
  O il tristo Nò mortal dolor mi fora.
  Lasciatemi or! non voglio ritardarvi.
139 Ite, vi prego, a dar la nuova a' miei
  Genitori, che il figlio nella scelta
  Di sposa non ha preso sbaglio, e che ella
  Ne è ben degna. Lasciatemi, vi torno
  A dir. Ritornerò per la più corta
  Alla volta del pero, e per la china
  Della vigna. Deh, faccia il ciel, che a lato
  Di essa me ne ritorni gajo e ratto.
  Ma se mi tocca rivenir solingo
  E mesto a lenti passi, non mai più
  Passerò quei sentier con cuore allegro.
  Ei ciò detto le redini consegna
  Al Curato, che presele con maestra
  Man, gli spumanti corsier raffrena,
  Occupando la sedia del cocchiere.
   
       Ma il circospetto speziale indugia
140 A salirvi nel cocchio, e se ne scusa
  Con dire: Amico! a voi pastore sacro
  La condotta dell' alma volentieri
  Affido; ma qualor di condur salve
  Le ossa e il collo si tratta, mal sicuro
  Ne saria il governo in man di prete.
  Ma il Paroco garbato con amico
  Sorriso disse: Or sù, salite! Salvo
  Di mente e corpo condurrovvi in porto.
  Ho pratica la man in governare
  Le redini, e in dar volta al carrozzino
  Ammaestrato l' occhio, dacchè insieme
  Col Baroncin, come ajo, mi trovai
  In Argentina. Non passovvi giorno,
  Che in cocchio strepitante fuor di porta
  Non ve lo conducessi a tutta corsa,
  Battendo il polveroso cammin fino
  Ai verdi prati e tiglj, in mezzo a torbe
  Di perdigiorni, che vi vanno a spasso.
   
141       Lo Spezial, confortato alquanto, in cocchio
  Sale, e si assiede in modo tal, che in ogni
  Caso è pronto a spiccarne un salto in fuori.
  Avidi della biada i destrieri
  Corron veloci inverso casa, mentre
  La polve sotto alle unghie loro bolle,
  E come fosca nube in aria s' alza.
  Sta fermo il giovane guardando in dietro,
  E sorger vede e dissiparsi l' atro
  Velo, col capo di pensieri vuoto.
       
(31.03. 2009)

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