Indice del poema

Canto VII. Erato.
D o r o t e a .
   
       Siccome il viandante, allorche mira
  Il sol sul punto di corcarsi, vago
  Ancora di gioirne vi si affisa,
  E poi l' effigie pendula ne vede
  In su la fosca fronte di boscaglie
  E rupi; la quale ove che si volga
  L'occhio, il precorre, in mezzo a lucicanti
  E vaghissimi smalti fluttuante;
  Così l' imago della giovin cara
146 Ad Ermanno davanti leggermente
  Passa, e par che alla volta del sentiero,
  Che attraversa le biade, drizzi i passi.
  Ma in un tratto riscuotesi il garzone
  Da quella estatica visione, e mentre
  Verso il villaggio il piè rivolge lento,
  L'alto sembiante dell' amato bene
  Che par venirgli incontro, di bel nuovo
  Lo avviva; ma or che ben vi ferma l' occhio,
  Non simulacro, ma lei dessa scorge,
  La qual con due mezzine, grossa l' una
  E men capace l' altra, che ella tiene
  Pel suo manico ognuna, premurosa
  Alla volta del fonte muove i passi.
  Or lieto Ermanno le si appressa, e preso
  Cuore dal guardo di essa, in cui dolcezza
  E maraviglia lampeggiavan, disse:
  Dunque, o brava ragazza, ancor ti truovo
147 Nel dar sollievo ad altri bisognosi
  Occupata? deh! dimmi la cagione,
  Perchè sola sen vai si lungi al fonte,
  Mentre che altri delle acque del villaggio
  Si appagan? Forse che gustoso il fonte
  E di maggior ristoro dee servire
  Alla misera inferma, che salvasti?
   
       Con amichevol volto Dorotea
  Salutatolo, disse: La fatica
  Di andare al fonte, è compensata assai
  Col fortunato incontro di colui,
  Che ci ha cotanto consolati, il cui
  Aspetto non ci può recar minore
  Gradimento, che i doni. Deh, venite
  Ad allegrar coloro, cui si largo
  Deste sollievo, ed a mirar riprove
  Veraci di alme grate! Or quanto al mio
  Venir per l'acqua pura e sempre viva
148 Di questo fonte, dico, che la gente
  Mal cauta ha guaste del villaggio tutte
  L' acque, e fino anco la sorgente di esse,
  Col calpestío de' cavalli e bovi,
  Insudiciando ancora i truoghi e pozzi
  Con lavare e pulirvi le immondezze;
  Poichè ognun pensa a soddisfare a proprie
  Urgenze, quanto più si possa presto,
  Senza badare ai provegnenti danni.
   
       Ella ciò detto, con Ermanno i larghi
  Gradini scende, ed a seder con esso
  Si pon sul muricciuol, che il fonte cigne.
  Or mentre che essa per attigner l' acqua
  Con l' una delle brocche, e il giovanotto
  Con l' altra giù si piegan, ondeggiante
  Veggon la loro imago nell' azurro
  Specchio del cielo, in atto di accennarsi
  I segreti del cuore, e salutarsi.
149 Cara, le disse Ermanno, dammi a bere!
  Ed essa pronta arrecagli la brocca.
  Appoggiandosi poi di sopra ai vasi,
  Per adagiarsi in confidenza: amico,
  Disse la giovine, di grazia dimmi,
  Perchè mai quivi ti ritrovo senza
  Cavalli e cocchio, e lungi da quel luogo,
  Dove la prima volta ci incontrammo?
  Dimmi, ti priego, come quì venisti?
  Le ciglia abbassa Ermanno pensieroso,
  E poscia rilevandole tranquillo,
  Con lieto volto affisa i lumi di essa,
  Donde piovongli in sen contento e calma.
  Ma tuttavia non gli basta il cuore
  Di parlarle di amor, poichè lu sguardo
  Di essa in luogo di amor gran senno mostra,
  E'l ragionar con lei prudenza chiede.
  Onde per disbrigarvisi le dice:
150 Stammi a udir, cara, ti vuo' scior le tue
  Giuste domande. Ciò che mi commosse
  A venir quà, tu stessa il sei; nol celo.
  Sappi, che essendo solo e molto amato
  Di facoltosi genitori figlio
  Negli affollati affari della casa
  E di campagna anche ïo prestar debbo
  Fida mano e che solo ho il grave incarco
  Di coltivare i campi, mentre il padre
  Il tutto regge, e sedula la madre
  Alle domestiche bisogne attende.
  Dell' economiche faccende esperta
  Ben sai, quanto a soffrir abbian i capi
  Di casa da' famiglj scervellati,
  E insidi, e che il cangiargli sovente altro
  Non è, che far baratto de' lor vizj
  Con altri nulla meno disgustosi.
  Ed ecco la ragion, perchè la madre
  Già da gran tempo brama avere ai fianchi
151 Fanciulla onesta, che non pur con mano,
  Ma ancor di cuore in luogo della figlia
  Rapitale per morte, la sollievi.
  Oggi, che ebbi la sorte d' incontrarti,
  E che mirai le tue egregie prove
  D' umanitade, il tuo pronto e lieto
  Contegno, e quanto il tuo braccio vaglia,
  E l' inconcusso fior di giovanezza,
  E il maturato senno, di stupore
  Rapito, in fretta men tornai a casa,
  E de' tuoi merti degno elogio feci
  Ai genitori, e a' più fidati amici.
  Or de' communi voti nostri nunzio
  Ritorno . . . il mio balbetar perdona!
   
       Sù, proseguite! non temer! disse ella;
  Anziche di sentirmi offesa, grata
  Ve ne lodo. Parlate schieto! tema
152 Di parole non ho! . . Non è ver? Fante
  De' genitori vostri mi bramate,
  Credendomi di cuor gentile, e destra
  Ai lavori di casa bene stante?
  Questo in brevi parole è quel che dirmi
  Vorreste. La risposta al pari breve
  Sarà. Sì! vengo, del destino mio
  Seguendo i cenni. Ho terminata l' ovra
  Del mio dover; ho resa a' suoi la donna
  Di parto; tutti di riaverla salva
  Lieti, vaga le fan corona attorno,
  Fuorchè pochi, che in breve seguiranno.
  È ver, che a modo di esuli ciascuno
  Di rimpatriar fra poco, si lusinga;
  Ma stento a darci fede in questi tempi
  Calamitosi, che maggiori mali
  Presagiscon. Disciolti che si sono
  I legami del mondo, rannodargli
  Chi potrà, fuorchè de' bisogni il colmo,
153 Che ci sovrasta? Quindi per campare,
  La sorte di servir in casa onesta
  Sotto la guardia di padrona degna
  Accetto volentier, giacchè fanciulla
  Errante da per tutto ha dubbia fama.
  Sì, vi sieguo, rimesse che ho le brocche
  Agli amici, e raccoltine i felici
  Augurj. Deh, venite a vagheggiargli!
  Dalle lor mani vi conviene accormi.
   
       Si allegra Ermanno del partito preso
  Da lei di sua volontà spontanea,
  E per poco l' avria disingannata;
  Ma far meglio gli par, se disvelarle
  Il vero, e chiederne la man di sposa
  Ancora indugia, finchè a casa l' abbia
  Condotta. Ma frattanto il cuor gli rode
  L' annello d' oro, che le vede al dito,
154 Il che però non puote frastonarlo
  D' udirla ragionar attentamente.
   
       Andiamo! siegue a dir la giovanotta
  Fanciulla, chi tardar costuma ai fonti
  Del comune, si biasima, quantunque
  Piaccia il ciarlar fra 'l mormorar delle acque.
   
       Levansi dunque dal muretto, ed ambi
  Pria d'irsene, ancor un' occhiata
  Danno all' acque del fonte delizioso,
  Onde mal volentieri si distaccan.
  Cheta poi pei lor manichi le brocche
  Piglia, e sale i gradini con Ermanno
  Addietro, il qual carcarsi vuole di uno
  De' vasi, ma lo vieta lei con dire,
  Equilibrato carco pesar meno,
  Nè convenirsi, che servita sia
  Da chi potrà fra breve comandarle.
155 Ciò non vi paja sconcio (siegue a dire)
  Poichè di femmina la sorte vuole
  Che per tempo a servir si avvezzi, e siegua
  La via, che a dominare al fin la mena,
  Ed alla padronanza della casa,
  Che le si deve. Tenera pur serve
  La figlia i genitori e suoi fratelli.
  E che altro è il viver suo, che un continuo
  Andare e rivenir, recare e torre,
  Assestare o fornir le cose altrui.
  Felice lei, se fatto al fin il callo.
  Non vi ha nè via, nè di giorno o notte
  Ora, che noja di servir le dia,
  Nè alcun lavor, che come vil minuzia
  Disdegni, o come troppo fin ricusi;
  E se la vita sua in quella di altri
  Riponendo, se stessa a pieno obblia.
156 Di veruna di queste doti priva
  Esser non puote donna, quando madre
  Divenuta, egra e fiacca dalla prole,
  Che il latte vuol, destata a tutte l'ore,
  I suoi dolori da novelle cure
  Raddoppiati sente. Son ben certa
  Che di venti uomini le forze unite
  Non sarian da tanto; nè ciò vuolsi;
  Riconoscenza di cuor grato basta!
   
       Ragionando così Dorotea al fianco
  D' Ermanno passa l'orto, e torna all' aja,
  U' la donna di parto coricata
  Ebbe lasciata, lieta fra le figlie,
  Che ella già qual innocue colombe
  Salvate avea. Mentre vi entrano ambi
  Dall' una parte, veggon comparire
  Dall' altra il giusdicente, che altri due
  Figliuoli smarriti per le mani guida,
157 Fra la confusa folla ritrovati.
  Allegri accorron questi a salutare
  La cara madre e il pargoletto, nuovo
  Compagno de' lor giuochi, e spiccan salti
  Per abbracciar l'amata Dorotea,
  E domandarne pane e frutta, come
  Costumano, e da bere; onde ella a tutti
  Quanti dispensa l' acqua, e sen ristoran
  La madre, i figlj e le figluole, e il vecchio
  Che ne lodan l'acidulo sapore,
  E la virtù refocillante e sana.
  Poi con serio contegno Dorotea
  Disse: ecco amici l' ultima mezzina
  D' acqua, che in vita mia per ristoro
  Delle asciugate labbra vi ho recata!
  Qualora in avvenir bevanda fresca
  Le fauci vi ricreo ne' giorni caldi
158 O quando all' ombra e al rezzo di sorgente
  Chiara le stanche membra col riposo
  Ristorate, di me e de' miei offizj
  Vi sovvenga, che men di parentado
  Che di verace amore furon opre.
  Del ben che mi faceste, grata tengo
  Memoria finchè vivo. Di mal cuore
  Vi lascio, dalla forza de' correnti
  Bisogni tratta; poichè ormai sul punto
  Siamo di darci l' uno all' altro noja
  Anzi che aita; e se ci vieta il bando,
  Di rimpatriar, saremo alfin costretti
  A sbrancarci in paese straniero.
  Ecco quel giovane, cui deesi il dono
  Di coteste vivande, e delle fascie!
  Egli viene a richiedermi per fante
  De' genitori suoi oneste i richhi.
  Nol ricuso. Ragazza, ove che sia,
159 Fa d'ancella le parti, e gran fastidio
  Le daria lo starsi colle mani
  A cintola, e soffrir, che altri la serva,
  Onde volonterosa il sieguo. Ei parmi
  Giovine saggio, nè altro creder lice
  De' genitori suoi benestanti.
  Addio dunque prediletta amica!
  Il bimbo, che lattate, vispo e sano
  Di gioja vi ricolmi e di contento!
  Qualor delle dipinte fascie avvolto
  Ve lo strignete al petto, deh vi priego,
  Del donator vi ricordate, il quale
  Di vestire anco me, che vostra sono,
  E di nutrirmi in avvenir si incarca.
  A voi, prode uomo, che sovente in luogo
  Di padre mi giovaste, grazie rendo!
  Ponsi alfin Dorotea ginocchioni
  E la donna di parto lacrimante
160 Bacia, la quale a lei con fiacca voce
  Tutti i celestiali doni augura.
   
       Frattanto il giusdicente discorrendo
  Con Ermanno, convienmi, dice, amico
  Che d' economo esperto le dovute
  Lodi vi dia; poichè attento siete
  A provveder la casa di trascelta
  Servitù. Spesso accade, che qualora
  Di compra o cambio di cavallo o bue,
  O pecora si tratta, l' uom con somma
  Attenzion gli adocchia, e gli cimenta;
  Ma provveder dovendosi la casa
  Di famiglio, onde, se è capace e fido,
  La roba si conserva, e se è cattivo,
  Si disperde, alla cieca sorte affida
  La scelta di esso, e tardi poi sen pente,
  Voi certo nell' acquisto della fante,
  Che al maneggio di casa, ed a sollievo
161 De´genitori vostri è destinati,
  Di non volgar prudenza saggio date.
  Teneten conto, e certo siate, che ella
  Nelle faccende casereccie a voi
  Farà le veci di sorella, e quelle
  Della figlia defunta ai genitori.
   
       Molte di stretto parentado vi eran
  Venute, che all' inferma fer regalo
  Di bisognevol roba, e di trovarle
  Migliore alloggio diero lieta speme.
  Queste che sentono il partito preso
  Da Dorotea, avventuroso chiaman
  Ermanno, nei lor guardi palesando
  Qualche sentor di singolar mistero;
  E ve ne fu, chi alle altre soffiava
  All' orecchio: se questi di padrone
  Se ne fa sposo, Dorotea è salva.
   
162      Ermanno alfin pigliandola per mano,
  Andiam, disse, che cala il dì, e siam lungi
  Di casa; ma strignendola le donne
  Fra le braccia con alto schiamazzío,
  Gli convien trarla seco, mentre che ella
  Caldi saluti manda agli altri amici.
  Poi le dan nuovo impiccio i putti, i quali
  Per non lasciarsi tor colei, che come
  Madre gli allieva, le si appiglian stretto
  Agli abiti, strillando orribilmente;
  Nè riesce alle donne di chetargli,
  Che con assicurargli, che ella tosto
  Tornerà co' dorati cartoccioni
  Di zuccherini, che il fratel novello
  Al confettier commise in sul passaggio,
163 Che la cicogna* fe' con lui pel borgo.
  Or che i ragazzi la rilascian, ratto
  Sen va con essa Ermanno, svincolata
  Di nuovi amplessi, e finchè usci di vista,
  Con ventilar di pezze salutata. 
                  
(31. 03. 2009)
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  * La plebe fa credere a' bambini, che la cicogna è apportatrice de' loro fratellini di fresco nati,

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