Indice del poema

Canto IX. Urania.
P r o s p e t t i v a .
   
179 Muse, del fido amor gran protettrici,
  Voi, che finor' al degno Ermanno guida
  Foste, e l' amata gli strigneste al petto,
  Pria che egli le desse fe di sposo,
  Or' a compir la lega dell' amabil
  Coppia porgete aita, l' atre nubi,
  Che alla lieta fortuna loro incontro
  Levansi, prontamente dileguando!
  Ma quel, che in casa avvenne, pria narrate!
   
180      Impaziente per la terza volta
  La madre rientra nel salotto, dove
  Affanosa poco anzi avea lasciati
  I compagni, e si mette a ragionare
  Del temporal, che il chiaro della luna
  Di nero velo ammanta, e del ritorno
  Ritardato di Ermanno, e de' notturni
  Periglj, rampognando i due amici,
  Perchè sen distaccaro senza avere
  Chiesta la man di sposa alla fanciulla
  Per esso, e nè pur fatto motto a lei.
   
       Non accrescere il mal! turbato il padre
  Le risponde; non vedi che anco a noi
  Tarda il ritorno e dell' affar l' uscita?
   
       Ma lo Spezial che imperturbabil siede,
181 A dir si mette: Grazie al mio buon padre,
  Che dal cuor giovanil mi svelse il vizio
  Di contrastare ai casi avversi; laonde
  Ai cordogli, che darci può l' altrui
  Tardanza, al par de' savj, ho fatto il callo.
   
       Deh, palesateci di grazia l' arte
  Che il padre usò, per dare effetto a tanto
  Prodigio, disse il paroco; e colui
  Segui a dire: a narrarvelo per vostro
  Insegnamento, volentier mi accingo.
  Un giorno di domenica mi venne
  Voglia d' andare al fonte de' tigliuoli
  A diporto con esso. Aspetto il cocchio;
  Impaziente qual donnola mi aggiro
  Per la casa; le scale scendo e salgo;
  Ai balconi or mi affaccio, or alla porta
182 Ricorro; or pizzicandomi le mani
  Vo sgraffiando le mense; or pesto il suolo
  A passi triti, e son vicino al pianto.
  Le stravaganze mie il padre cheto
  Osserva; ma scorgendomi passare
  Ogni misura, placido mi prende
  Per man, e ad uno de' balcon mi mena
  Dicendo: Guarda di rimpetto a noi
  Del legnajuolo l' officina chiusa!
  Domattina la riapre, e fa giocare
  La pialla e la sega tutto il dì nelle ore
  Da lavorare. Or stammi a udir! il giorno
  Verrà, che il maestro co' garzoni
  Si metta a lavorar per te la cassa
  Da morti, fral casuccia di legname,
  La qual pulitamente e con prestezza
  Cumpiuta arrecheranno frettolosi,
  Acciò teco si ponga sotto a grave
183 Tetto. Questa, figliuolo, e l'uom furioso
  E il sofferente in pari modo accoglie!
  Quella imago mi fu talmente impronta,
  Che con gli occhj mirar mi parve il nero
  E le commettiture della cassa;
  Onde placatasi la furia mia,
  La vettura aspettai con cuor tranquillo.
  Qualora da indi in poi la gente veggo
  Per aspettanza dubbia infuriarsi,
  Della cassa da morti mi ricordo.
   
       La commovente imago della morte,
  Ripiglia a dir il prete sorridendo,
  Non dà spavento al savio, nè al divoto
  Il suo estremo termine appresenta.
  Essa la mente dell' uom savio volge
  Sul viver d' uomo, e a bene oprar l' in segna,
  E all' uom divoto ne' travagli presta
184 Conforto con la speme di passare
  Alfin a miglior vita. L' uno e l' altro
  La morte al viver guida. Addunque il padre
  Avea torto a presentar la morte
  Al tenero fanciullo, sol in quanto
  Ha cruda faccia. Meglio in ver saria
  L'improntar nel cuor de' giovanetti
  I pregj d'uom, che bene oprando invecchia,
  E l' avvertire i vecchj del goduto
  Fior degli anni, per far che gli uni e gli altri
  Di tal perpetua vicenda lieti
  Sen godano, e che il perder la vita altro
  Non estimin, che darle compimento.
   
       Ma l' uscio si apre, e la grandiosa coppia
  Si appresenta. Il bel taglio della sposa
  Che a quello dello sposo nulla cede,
  Di stupor riempie i genitori, e i due
  Amici. Troppo par ristretto l' uscio
  Per dare ingresso a sì alti personaggi,
  Che eran sul punto di passare assieme
  La soglia. Ermanno a' genitori suoi
  La rassegna, spicciandosi con dire:
  Ecco a' bisogni e desiderj vostri
  Bene adatta fanciulla! favorevol
  Accoglienza, deh, fatele diletto
  Genitor! Ben n' è degna, ve ne accerto.
  E voi madre amorosa or' or farete
  Saggio del suo saper d' economia,
  Per accertarvi a pieno, quanto merti
  Di alleviarvi degli affari il peso.
  Egli ciò detto il buon pastore mena
  In disparte, e gli dice: Pronta aita
  Signor vi chiedo, per disciorre il nodo,
186 Il qual tremar mi fa. Sappiate che io
  Non per isposa, ma bensì per fante
  L' ho ingaggiata, e per tale entrare in casa
  Ella si crede. Temo che sdegnosa
  Se ne vada, qualor di sposalizio
  Si tratti. Vuo', che ormai si sciolga il nodo,
  E che la poverina incontanente
  Si disinganni. Uscir dell' insoffribil
  Dubbiezza anche io sospiro. Non tardare,
  A trarmi con la vostra sì pregiata
  Prudenza ancor di questo grave impiccio!
  Il Curato tantosto al cerchio torna
  Degli altri, dove per disgrazia truova
  Dato in preda al dolor di Dorotea
  Il cuor per malamente interpretata
  Celia del padre, che in piacevol modo
187 E di buon' animo le tenne questo
  Discorso: Gran piacer ne pruovo, o cara,
  Di veder, che il figliuolo siegue il gusto
  Del padre, il quale nell' età fiorita
  Tra le fanciulle più graziose, che egli
  Avea costume di menare ai balli,
  La più formosa per mogliera scelse;
  Eccola quì la buona vecchierella!
  Dalla sposa, che l' uom si sceglie, il genio
  Conjetturarne lice, e l' opinione
  Che di se tiene. A voi lo scer partito
  Fu ovra di pochi istanti; gravi certo
  Non son gl' impacci, che a seguirlo aveste.
   
       Ermanno, che il discorso non intese
  Se non a mezzo, come foglia trema
  Ed in un tratto ammutoliscon tutti.
  La valente fanciulla intimamente
188 Colpita d' uno scherzo, che ironia
  Crede, si stà perplessa, e di rossore
  Infino alle gavigne tinta, frena
  Pure dell' ira i muoti, e raccogliendo
  Gli spirti in questi dogliosi accenti
  Si diffonde: Sì fatta accoglienza
  Non mi spettavo, dando fede ai detti
  Di vostro figlio, che vi diè le lodi
  D' uom' onorato, e nè pur' or, che in faccia
  A voi mi truovo, dell' usate vostre
  Creanze mi diffido. Ma pietade
  Di me vi manca,che passata appena
  La soglia per servirvi, con mordace
  Motteggio mi pungete sul divario
  Che fra voi altri e me il destino ha posto.
  Povera, è vero, e con leggier fardello
  Entro in casa arricchita di que' beni
  Che de' lieti padroni rendon salda
189 La sorte; ma anco io il so, quanto vaglio,
  E del divario, che tra noi si truova,
  Tutte le ragioni a pien comprendo;
  Onde scusar non so l' ignobil tratto,
  Di farmi scorno al primiero ingresso,
  E di scacciarmi quasi in su la soglia.
   
       Agitato d' angoscia il buon Ermanno
  All' amico Pastore accenna, che entri
  Senza indugio in parole, per cavarla
  D' error; nè questi tarda a farsi innanzi;
  Ma scorgendone il cuor covar soppresso
  Crucio, e gli occhj di lagrime bagnati,
  Altro avviso gli suggerisce l' alma,
  Che anzi di trarla dell' error, sen mettan
  I sollevati spiriti in cimento.
  Onde d' esplorator deguendo i modi
  Le disse: Giovinotta forestiera!
  Parmi, che nel locarti in casa d' altri
190 Come serva, non ben ponesti mente,
  A quel che voglia dir por piede in casa
  Del padron. Dacchè fatta si è la ferma
  Con dir di sì, o con dar la man, decisa
  Si è per un' anno intier la sorte vostra
  Di supportar di serva il grave giuogo.
  De' doveri di serva il più gravoso
  Non già sono le vie, che batter dee,
  Nè l' amaro sudor dalle incalzanti
  Continove faccende cagionato,
  In che il padron industre l' è compagno,
  Ma il tollerar il brusco umor di quello,
  Qualor vi biasma a torto, oppur contrarie
  Cose, da se diverso, vuole, e poi
  Di stizzosa padrona gli aspri modi,
  E de' rozzi figliuoli le insolenze.
  Cotesti invero, e gl' incessanti sforzi
  Di oprar spedito, e senza volto arcigno,
  Del servir sono i più dolenti aggravj.
191 Male adatta mi sembri a supportargli,
  Poichè uno scherzo del padron ti offende,
  Quantunque non diverso dagli usati
  Motteggi, cui fanciulla, che abbia amante,
  Nella socievol vita è sottoposta.
   
       Da questo energico discorso punta
  La ragazza, e dall' impeto crescente
  Degli affetti alfin vinta, non sà più
  Frenarsi. Il petto le si ingonfia, e dopo
  Alto sospir, che ne prorompe, un rio
  Di calde lagrime versando, dice:
  Ah, di che debbol nervo è il freddo dire
  Del savio, intento a dar sollievo all' alma
  Da mali, che il destin le impone, oppressa!
   
  A voi dalla fortuna favoriti
  E gaj, come darvi crucio possa
  Una celia, nol so; ma il malato, anche
192 Lievemente colpito, duol ne sente.
  E quando pure infingermi sapessi,
  Altro frutto ritrarne non saprei
  Se non accrescimento di dolore,
  Ed un marcir letale, che di piaga
  Lungamente celata nasce al fine.
  Lasciatemi partir! Dimorar quivi
  Non mi lice. Ardo di tornare a' miei,
  Che, poverelli, abbandonare ardii,
  Per correr dietro a miglior fortuna.
  Ecco preso il partito! Ormai i segreti
  Del cuor, che forse lungamente avria
  Celati, palesar non mi disdice.
  Il celiar del padre, è ver, mi punse,
  Non già per irritabile alterigia,
  Che a serva disconvien, ma perchè amore
  Mi si è desto nell' alma verso il vostro
  Generoso figliuol, dacchè egli a guisa
  Di genio tutelare per viaggio
193 Mi apparve; il quale da indi in qua scolpito
  Porto nel cuor, felice riputando
  La fanciulla, cui forse ha consagrata
  La fe di sposo. Ritrovandol poi
  Appreso al fonte, lieta ne fui, quanto
  Al comparir d'un messo de' beati
  Del paradiso; e come serva, da esso
  Fermata, disdicevol non mi parve
  Il seguirlo. Ma (dirla pur bisogna)
  Per via concepii la dolce speme
  Di acquistarlo, con rendermi sostegno
  Di sua casa. Ma oimè! a qual cimento
  Io mi saria esposta, dimorando
  Presso l' amabil giovane segreta
  Amante! Or si, che sento da ver, quanto
  Prevalga ricco giovane a fanciulla
  Indigente, quantunque virtuosa!
  Gli intimi sensi miei vi ho spiegati,
194 Acciò non mi tacciate sconosciuta,
  Per stizza casual, che pure è stata
  Del mio ravvedimento la cagione.
  Che insoffribil supplicio mi sarian
  I soppressi sospir, se accanto a sposa,
  Che egli non tarderà a menare in casa
  Servir mi convenisse! Gran fortuna,
  Che avvertita per tempo ho dato sfuogo
  Alle segrete doglie del cuor, mentre
  Che risanare il male ancor si puote!
  Ho detto quanto basta. Or sto su le ali
  Per partirmi di quà, ove palesati
  I pazzi affetti miei d'amore e speme
  Vergognate e perplessa mi sto in faccia
  A voi. Però nè della notte il nero
  Ammanto, nè il fragor de' tuoni, che ora
  Si fan sentir, nè il fischiar de' venti,
  E nè pur rovinosa pioggia (mali
195 Che mentre andiam fuggiaschi, anco col ferro
  Ostile a tergo supportammo) forza
  Avran bastante a tormi dal proposto.
  Eccomi dunque di bel nuovo presa
  Dal vortice de' tempi disastrosi,
  E al solito da tutto quel che ho caro
  Al mondo, distaccata! Dunque addio!
  È decisa la sorte; me ne vado.
   
       Ciò detto ratta si raccosta all'uscio
  Col fagotto tuttora sotto il braccio.
  Ma incontanente accorsavi la madre
  Fra le braccia la serra strettamente,
  E tutta di stupore e maraviglia
  Soprafatta con alta voce esclama:
  Oibò! che cosa è questa? Perchè tante
  Lagrime in vano sparse? Nò figliuola,
  Non ti lascio; che sposa di mio figlio
196 Tu sei! Ma il padre un guardo cipiglioso
  Gittando su la lagrimante, disse:
  Dunque per guiderdon di mia estrema
  Condiscendenza voi compite il giorno
  Con recarmi la più nojosa scena!
  Abborrisco le lagrime donnesche,
  E gli appassionati piangistei;
  Che agevolmente con un po di senno
  Poriano acchetarsi. L' aspettare
  Di tal garbuglio il fine mi dà noja.
  Terminatelo voi, che io a dormire
  Or me ne vado; e detto ciò si volse
  Ver lo stanzin del toro geniale.
  Ma si frammette Ermanno, e lo scongiura
  Che non si affretti, e contro la fanciulla
  Non si adiri. Sono io il primo autore
  Del brutto imbroglio, disse, che l' amico
  Con improvvisa infinta ha peggiorato.
197 Parlate ormai, signore, a cui l' affare
  Affidai, nè anzi di sbrigarlo, nuove
  Angoscie e dissapori frapponete,
  Seppur dell' alta stima, che ho di voi,
  Vi cale, nè vogliate far comparsa
  Di uom, che il sapere a danno altrui adopra.
   
       Sogghignando rispose il buon pastore:
  Ditemi, caro, qual miglior consiglio
  Potea le cavar di bocca i bei
  Segreti sentimenti, onde in un tratto
  Tutte le cure vostre in contentezza
  Si son cangiate? Or tocca a voi di farle
  Motto, senza interporvi torcimanno.
   
       Fattosi innanzi Ermanno con sereno
  Volto le dice: deh! non ti pentire
  De' pianti e de' cordogli passaggieri,
  I quali alla fortuna mia, e come
198 Spero, alla tua ancora dier compimento.
  Sappi, che a bella posta al fonte venni,
  Non per condurti serva, forestiera
  Di sì alto pregio, ma per darti fede
  Di sposo. Il guardo mio, per disgrazia
  Troppo pauroso, degli affetti tuoi
  Altro non discernea, che un' occhiata
  Dolce nel salutarmi entro la spera
  Del chiaro fonte. Con seguirmi a casa
  Sol per metà felice mi rendesti;
  Or che il finisci, il ciel ti benedica!
  Comossa intimamente Dorotea,
  Amorosa si affisa a lui, e ne accetta
  Gli amplessi e baci, che a' leali amanti,
  Siccome pegni de' futuri immensi
  Diletti, or sono il colmo de' contenti.
   
       Mentre il Curato del successo rende
  Piena ragione agli altri, Dorotea
199 Accostandosi al padre, un bell' inchino
  Gli fa, e baciatagli la man ritrosa
  Gli disse: Or che svelato si è lo sbaglio,
  Ben giusto fia, che perdono diate
  Ai dolorosi pianti, or trasformati
  In dolce lacrimar di tenerezza;
  Di questo ancor vi chiedo scusa, ed agio
  Di adattarmi alla nuova sorte mia.
  La noia, che di primo abbordo diedi
  Imbarazzata, l'ultima de' giorni
  Miei sarà, e gli offizj da prestarsi
  Già da me di buon cuore come serva,
  Tutti farò pur' ora, essendo nuora.
  In questo istante il padre intenerito
  Fra le braccia la strigne, sopprimendo
  Le lagrime; e la madre, or maggiormente
  Dimestica, più baci affettuosi
  Le imprime, brancicandone le mani
200 Palma a palma congiunte, ed ambedue
  Tacite versan lagrime amorose.
   
       Il Paroco non tarda a trar del dito
  Al padre il nuzzial' annel, che a pena
  Se ne stacca, e poi quello della madre
  Prende, per fidanzar la coppia, e dice:
  Ecco gli annelli d'or, già testimoni
  Dell' alleanza de' vostri genitori!
  Prego il ciel, che la vostra al par di quella
  Rendan felice! Come leali amanti
  De' genitori a grado ve ne impalmo.
  Costui presente: il ciel vi benedica!
   
       Conferma lo Spezial del prete i voti,
  E s'inchina. Ma il paroco in procinto
  Di cerchiare il dito della sposa
201 L'annel vi scorge, che già diè nell' occhio
  Ad Ermanno alla fonte assiso, e disse
  Celiando: Che impalmata già ti sei
  Con altro? Nè hai timor, che il primiero
  Sposo d' avanti all' ara comparisca
  Per contradire al nuovo sponsalizio?
  Deh, ella rispose, lecito mi sia,
  Che un momento consacri alla memoria
  Di uom pregiato, che avanti di partirsi
  L' annel mi diè, nè poi si è riveduto.
  Dell' avvenir presago, l' entusiasmo
  Di libertà, e la brama, di aver mano
  Nelle riforme, il trassero a Parigi,
  Ove la carcere trovò e la morte.
  Vivi felice, nel partir mi disse;
  Io men vado, poiché in su la terra
  A un tratto si scommuove tutto, e pare
  Che d' ogni cosa la compage vada
202 A disciorsi. Sconvolte son le leggi
  Che già fur base de' più saldi stati.
  Dall' antico possesso degli averi
  Il possessor si stacca, e fra gli amici
  E amanti i dolci nodi si disfanno.
  Ti lascio quà e se mai vi ti ritrovo . . .
  Chi il sa? Forse che l' ultimo de' nostri
  Colloquj è questo. Pellegrino sopra
  La terra l' uom fu detto già; ma or più
  Che mai quel dir de' savj si è avverato.
  Non è più nostro il suol, che si calpesta;
  Fino i tesori antichi delle chiese
  D' argento e d' oro, struttene le forme
  Sacrosante, sen van peregrinando.
  Tutto è in conquasso, e par che l' universo
  Esca di sesto, per tornare al bujo
  Caos, e per vestirsi di novelle
  Forme. Tu intanto il cuor mi serva fido;
203 E se l'alto destin ci ricongiunge
  Dal general sconvolgimento salvi,
  Rinnuovato e da quel che siam diverso,
  Libero e indipendente dalla sorte
  L'esser nostro sarà, difficil cosa
  Essendo, che chiunque a tai vicende
  Sopravvive, rimetta il piè ne' ceppi.
  Ma se il destin non vuol, che da' cimenti
  Usciam salvi, e che lieto ad abbracciarti
  Io torni, la viva imago mia,
  Deh, vaglia tanto in te, che l' una e l' altra
  Fortuna con ugual valor supporti!
  Se poi cangiar ti aggrada domicilio,
  Oppur nuova alleanza til allettasse,
  Grata accogli quel ben, che il ciel benigno
  Ti manda. Riamar tu dei, chi ti ama,
204 Con schietto affetto, e dimostrarti grata
  Al bene merito. Ma guarda bene
  Che non ti ingolfi troppo; mentre nuova
  Perdita, più che mai dolorosa,
  Ti agguata. Il dì che il ciel ti dà, ti sia
  Sacrosanto; ma più pregiar la vita
  Che ogni altro ben fallace, non convienti.
  Ciò detto il valentuom lasciommi, e più
  Non comparve. Spogliata dacchè fui
  De' miei aver, cotesti avvertimenti
  Spesso mi vanno per la mente; ma ora
  Che generoso amor più lieta sorte
  Mi apparecchia, e di ben sperare largo
  Campo mi dà, que' detti piú che mai
  Mi dan martello, e perdonate amico,
  Se ancop col braccio vostro in mano io tremo
  Qual marinaro, cui venuto a riva
  Il più fermo terren par vacillante.
       
205      Ciò detto ella si mise in dito i cerchi
  L' un presso all' altro, mentre con virile
  E nobil emozione Ermanno disse:
  Dunque valente sposa, il dover vuole
  Che l' alleanza nostra nel conquasso
  Universal del mondo di saldezza
  Raddoppiata si armi, per star forti
  A farci schermo a noi e a nostri averi!
  Poichè l' uom, che ne' tempi dubbiosi
  Vacilla, i mali accresce e vieppiù
  Gli allarga; ma chi saldo sta ne' suoi
  Propositi, di un mondo a posta sua
  È fabbro. Il propagar la spaventosa
  Catastrofe, e mutar mantello ad ogni
  Acqua, a schietto germano disconviensi.
  Stiam forti a sostener gli averi nostri
  Con ragione e fatti! Vige ancora
  La gloria di que' popoli, che intrepidi
  A difesa di sacre e patrie leggi
206 E de' lor genitori, mogli e figlj
  Combattendo moriron. Or che mia
  E di mie sostanze sei corona,
  Più che mai le appregio; nè vuo' gioirne
  Fra affani e vil timor, ma da uom valente.
  Però se mai nemico stuolo il guasto
  Ci intenterà, tu stessa mi armerai
  La mano e i fianchi; e tosto che appoggiata
  A te vedrò la cura della casa
  E de' diletti genitori miei,
  Impavido men vado a stargli a petto.
  Se de' Germani ognuno a modo mio
  Pensasse, e che alla ostil possanza tutto
  L' ammasso delle forze nostre incontro
  Si movesse, son certo, che fra poco
  La sospirata pace goderemmo.    
 
(31 03. 2009)
   

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